“Amo il mio Paese, la Cina, ma non ho mai spiato per conto del governo”. A dirlo è Ren Zhengfei, fondatore del colosso delle comunicazioni Huawei, che nel quartier generale di Shenzhen, parlando con i giornalisti stranieri, respinge i sospetti di collusione tra la compagnia e il governo della repubblica popolare. “Huawei non ha mai ricevuto da alcun governo richieste di fornire informazioni improprie”, ha aggiunto l’ex ingegnere dell’Esercito popolare di liberazione, come riporta il Financial Times. Rompendo un silenzio che durava dal 2015 (in tutta la sua vita il miliardario si è confrontato solo tre volte con la stampa), Ren ha voluto difendersi dalle accuse di spionaggio internazionale.

Oltre ad elogiare Donald Trump (“Un grande presidente”), poi, il magnate è tornato sulla questione che riguarda la figlia Meng Wanzhou, bloccata in Canada da una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti. “Mi manca molto”, ha detto riferendosi a “Lady Huawei”, arrestata a Vancouver il 1° dicembre scorso.

Proprio dal Canada, nel frattempo, arrivano le dure parole del presidente Justin Trudeau, che si è detto “estremamente preoccupato” per la “decisione arbitraria” della Cina di condannare a morte Lloyd Schellenberg, il cittadino canadese condannato in appello per traffico di droga. E il Global Times, tabloid del Quotidiano del Popolo, respinge le accuse dei media internazionali, secondo cui il Dragone starebbe usando la condanna a morte e i gli arresti di altri due canadesi seguiti a quello di “Lady Huawei” (l’ex diplomatico Michael Kovrig e l’imprenditore Michael Spavor) per esercitare pressioni su Ottawa e liberare Meng: “La Cina non politicizza il caso Schellenberg e chi pensa il contrario mostra un pesante disprezzo per lo Stato di diritto di Pechino”.  “Qualsiasi cosa faccia il Canada è lo stato di diritto, ma qualsiasi cosa faccia la Cina non lo è – prosegue il giornale cinese -. Le élite canadesi si sentono così nel giusto col doppio standard, si sveglino dal loro narcisismo culturale e di valori”.

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