La Rivoluzione cubana ha recentemente compiuto 60 anni di vita e di storia. Attualmente è in corso la discussione della nuova Costituzione, che, dopo una prima approvazione da parte dell’Assemblea nazionale del potere popolare e un intenso giro di consultazioni popolari che hanno coinvolto milioni di persone, è stata nuovamente approvata, in versione modificata dall’Assemblea, che ha recepito i voti e le opinioni espresse dalle consultazioni e sarà sottoposta a referendum popolare nel mese di febbraio.

Quella che ci viene da Cuba è anzitutto una grande lezione di democrazia. La Costituzione è stata infatti conosciuta, discussa e approvata da nove milioni di cittadini del Paese caraibico che hanno proposto e ottenuto varie modifiche rispetto al progetto originario. Non tutte pienamente condivisibili, ad esempio per quanto riguarda il matrimonio paritario, che rimane ma in termini meno netti che in precedenza, date le perplessità che ha suscitato la formulazione originaria in alcuni settori della popolazione cubana.

Un altro punto modificato in base alla consultazione popolare riguarda la reintroduzione del comunismo come obiettivo di fondo. Del resto il testo conteneva già la riaffermazione del ruolo guida del Partito comunista. Restano importanti aggiornamenti e completamenti dell’impostazione costituzionale, in particolare il concetto fondamentale di Stato socialista di diritto che si articola negli importanti riferimenti al diritto internazionale, ai diritti umani così come contemplati, descritti e specificati, dalle Convenzioni internazionali in materia e ai singoli diritti, suddivisi nelle varie categorie (diritti individuali, diritti economici e sociali, diritti civili e politici). Si tratta di sviluppi e ampliamenti del concetto fondamentale, di stampo martiano, della centralità assoluta della dignità umana (tanto più importante oggi dove questo principio etico basilare viene messo in discussione e negato in vario modo da politiche disumane e razziste, non solo in Italia).

Questa centralità della dimensione giuridica rappresenta indubbiamente una grande acquisizione della Rivoluzione cubana, che continua a oltre 60 anni dall’entrata delle armate rivoluzionarie all’Avana e a oltre due anni dalla scomparsa di Fidel Castro. Si tratta di un terreno di lotta culturale e politica fondamentale, in un momento nel quale le azioni della principale potenza imperialista dell’area, gli Stati Uniti, in preda a una crisi oramai strutturale esemplificata dall’elezione di Donald Trump alla presidenza, si muovono viceversa in modo crescente al di fuori e contro il diritto internazionale.

Ciò va detto del bloqueo, forma di pressione non consentita dalle norme internazionali e più volte condannata dalla comunità internazionale nel suo complesso, con la sola eccezione degli Stati Uniti e di Israele. Ciò vale per le forme di ingerenza con le quali l’amministrazione di Washington tenta di recuperare il controllo dell’America Latina, in particolare adottando sanzioni economiche, interventi politici e minacciando aggressioni militari nei confronti del Venezuela chavista. Occorre respingere il tentativo formulato da uno schieramento di Stati fortemente subalterni a Washington (il cosiddetto Gruppo di Lima) di mettere in discussione la legittimazione democratica conquistata da Maduro con le elezioni presidenziali di maggio.

Sempre più ingiustificato e patetico appare anche il tentativo dell’Unione europea di decidere in ordine alla patente di legittimità democratica altrui. Il nostro continente è infatti governato da élites che, come dimostrato di recente anche dalla rivolta dei gilet gialli in Francia, non rispondono democraticamente alla base popolare. Per non parlare dell’Italia, dove il governo cosiddetto gialloverde ha già tradito quasi tutte le aspettative suscitate nell’elettorato e vivacchia sulla propaganda, quella di Salvini sulla negazione del diritto all’accoglienza e quella di Di Maio, che si getta in un improbabile tentativo di avvicinamento ai gilet gialli, mentre il governo Conte riproduce nel nostro Paese tali e quali le diseguaglianze e le ingiustizie che caratterizzano Macron e altri governanti neoliberisti.

In un mondo nel quale l’Occidente è sempre più disorientato e ogni giorno viene meno a quelle che erano state le sue promesse di prosperità e di giustizia, assume enorme rilevanza l’impegno di un Paese, piccolo ma esemplare, come Cuba, che nel corso degli ultimi 60 anni ha raggiunto obiettivi più che lusinghieri in tutta una serie di settori, dalla difesa dell’ambiente, alla salute, all’educazione, allo sport e alla cultura. Più socialismo e più Stato di diritto devono diventare obiettivi di tutta l’umanità, se vogliamo che il pianeta sopravviva. Ancora una volta quindi Cuba ci dà il buon esempio da seguire.