L’amore è sempre amore per il nome proprio: che non si lascia universalizzare, né ridurre a cosa. Da una diversa prospettiva – in antitesi con il regno delle merci, ove prevalente è la quantità degli essenti disponibili e serialmente sostituibili – nella dimensione dell’amore trionfa la qualità della persona unica e ad altro incommensurabile. Esso spezza il fatale incantesimo della standardizzazione mercificata e mercificante, dell’universale sostituibilità seriale, e fa irrompere l’esperienza dell’unico insostituibile, del nome proprio autentico e a null’altro rapportabile: che non può essere comprato né scambiato, venduto né ceduto.

Ancora, lo spazio delle merci – che sfavillanti e fantasmagoriche si accumulano e circolano onnidirezionalmente – è l’ambito dell’artefatta e massificata perfezione tecnica. Le merci difettose, diverse da quelle ordinariamente perfette, sono inappellabilmente destinate a essere sostituite e rottamate. Nel regno dell’amore, in modo diametralmente opposto, non si ama la perfezione o una specifica qualità dell’amato: lo si ama tutto, anche nei suoi difetti, quand’anche a farci innamorare sia sempre “il non so che” (le je ne sais quoi), come lo appellava il Montesquieu dell’Essai sur le goût. Emblematico, nella sua incontrovertibilità, resta a tal riguardo il caso della madre che ama il figlio del tutto a prescindere della sua presunta “perfezione” e senza curarsi di quei particolari che spesso si danno nella forma del difetto.

Come cerco di mostrare nel mio Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia (Rizzoli 2018), l’amato è, appunto, unico e insostituibile ed è per questo che respingeremmo in forma apriorica e incondizionata l’idea di un suo possibile miglioramento. E se non v’è attributo che basti a rendere ragione di cosa amiamo dell’altro, ciò dipende dal fatto che quel che amiamo è irriducibile ad attributi singoli.

Da una diversa prospettiva, non amiamo l’altro per “qualcosa” che esso specificamente è, ma per il suo essere, per la totalità particolare che è o, come direbbe Lacan, per il suo nome proprio (che, peraltro, suona in maniera decisamente diversa e affettivamente neutra se riferito ad altre persone che lo portano).

L’omologazione universalizzante del regno planetarizzato delle merci non può conciliarsi con lo spazio dell’autenticità dell’insostituibile sentimento personale d’amore: le merci possono essere infinitamente rimpiazzate, secondo una sequenza seriale potenzialmente infinita. Per parte sua, l’amato è unico, è un tu che non può essere liberamente e discrezionalmente sostituito da un altro analogo.

Non desta meraviglia che, al tempo del capitale assoluto, la relazione autenticamente amorosa tenda in misura vieppiù crescente a essere annullata a favore del godimento cinico e mercificato: che, secondo la norma del “cattivo infinito” del plusgodimento neolibertino, rende ogni relazione “consumata” analoga alle strategie della sfera della circolazione delle merci. Ogni rapporto, in coerenza con il principio della prestazione occasionale e del consumismo erotico, non è né unico, né insostituibile, ma sempre pronto a essere celermente rimpiazzato da un altro e, più precisamente, dal prossimo nella sequenza temporale.

La temporalità lineare-accelerata del mondo delle merci – dove l’inseguimento febbrile del nuovo, al ritmo incalzante della moda, coesiste aporeticamente con l’eterno ritorno zarathustriano del medesimo: ossia con la sempre rinnovata ripetizione, potenzialmente illimitata, del gesto nichilistico del consumo – è anche quella che contraddistingue le nuove figure alienate dell’eros al tempo del capitalismo flessibile.