La nostra Italia è a rischio di diventare un Paese canaglia. Non certo per le immaginarie trasgressioni del verbo neoliberista che secondo alcuni politici fantasiosi avrebbe commesso con la recente misteriosissima e pessima (per quanto se ne può sapere) manovra finanziaria. Non certo per le gabole studiate ad arte dallo stato maggiore dei Cinquestelle per carpire i voti di ambientalisti e pacifisti, che oggi devono sorbirsi gli F-35, l’Afghanistan, il cambio di destinazione dei terreni, la Tap e magari anche la Tav. Ma per motivi ben più seri e cioè la violazione dei diritti dei migranti e richiedenti asilo, i nuovi capri espiatori della crisi, contro i quali una sapiente regia propagandistica che fa perno sulla Lega sta indirizzando il risentimento dei fessi, dei frustrati e degli ignoranti (tre categorie che per intuibili ragioni vengono sempre più spesso a coincidere).

Dobbiamo essere equi e obiettivi. La colpa non è certamente solo del buon Matteo Salvini. Come accertato da Amnesty International, è in primo luogo l’Unione europea, con le sue politiche di respingimento e chiusura, che vedono direttamente compartecipe la guardia costiera libica e quindi le varie milizie più o meno criminali che esercitano di fatto il potere in quel disgraziato Paese dopo che l’intervento della Nato lo ha distrutto e spinto alla più totale disgregazione e anarchia. Ma il nostro governo – non solo Salvini quindi, ma anche Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e compagnia più o meno incompetente – è direttamente complice, unitamente all’Unione europea, dei crimini compiuti contro i migranti in quel Paese, delle morti in mare e direttamente responsabile in proprio delle violazioni che avvengono sempre più spesso sul nostro territorio.

Bene ha fatto quindi la Commissaria per i diritti umani delle Nazioni Unite Michelle Bachelet a denunciare le conseguenze devastanti per i diritti umani della politica di chiusura dei porti e a svolgere attività d’indagine su altri aspetti delle politiche attualmente in atto nel nostro Paese. Se, infatti, molte delle dichiarazioni fatte dal nostro governo si riducono a pura demagogia, molto concreti sono invece i gravi danni che ne riportano le persone più fragili e meno difese. Occorre quindi augurarsi che aumenti la pressione delle Nazioni Unite e della Corte europea per i diritti umani, così come di altri organismi europei e internazionali, che devono indirizzare una serie di richieste al governo italiano per mettere fine a tali intollerabili violazioni e a tali intollerabili crimini.

Ma l’Italia non è solo un luogo dove si commettono o favoriscono crimini odiosi. Abbiamo per fortuna un popolo che è stato capace, in passato, di grandi slanci di generosità, sia nella lotta democratica e antifascista all’interno, dalla Resistenza al luglio 1960 al Sessantotto, sia nella solidarietà internazionale. Un popolo vero, non, per riprendere Gramsci, un “popolo delle scimmie” (con tutto il rispetto e la simpatia per i nostri innocenti cugini). Il massimo esponente della tradizione umanitaria e solidale del popolo italiano è oggi Mimmo Lucano, il sindaco di Riace contestato da settori periferici della magistratura e dai governi (Minniti prima di Salvini, Renzi e Gentiloni prima di Conte) per aver svolto in concreto un’efficace politica di accoglienza che ha anche promosso lo sviluppo economico della sua zona e la lotta alla mafia.

L’attacco a Lucano è un attacco spudorato all’umanità, allo sviluppo solidale e partecipato, alle migliori tradizioni culturali italiane e precedenti, risalendo fino alla sacralità dell’ospite straniero per i Greci antichi. Per questi motivi Mimmo Lucano va difeso e va promossa la proposta di candidarlo al premio Nobel per la pace, lanciata dalla rivista Left. Il modello Riace, modello vincente, deve tornare a improntare la politica italiana di accoglienza di migranti e richiedenti asilo, perché rappresenta l’unica alternativa praticabile alle mafie e ai campi di concentramento: quelli libici dove dominano le milizie che stuprano, torturano e uccidono, e quelli italiani dove in condizioni disumane si ammassano a migliaia i nuovi schiavi adibiti al lavoro agricolo o di altro genere.

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