La voce è stanca, come quella di chi, dopo una lunga battaglia, pensa che il peggio sia passato, ma viene rigettato nel baratro di una nuova guerra, combattuta casa per casa, centimetro per centimetro, con il terrore di veder tornare i cadaveri degli amici dalla prima linea, uccisi da un cecchino o da uno Shahid, un kamikaze dello Stato Islamico. Il presidente turco Erdoğan ha fatto mettere sulla sua testa una taglia da un milione di dollari e lo scorso febbraio ne ha chiesto invano l’estradizione alla Repubblica Ceca che lo aveva arrestato. Salih Muslim, ex presidente del Partito dell’Unione Democratica (Pyd) dal 2010 al 2017 e oggi a capo della diplomazia della formazione curda che agisce nella Siria settentrionale, dice di non volersi abbattere per il tweet con cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato un imminente ritiro delle truppe Usa dal nord del Paese, mettendo i curdi nel mirino dei carri armati di Ankara, e ha deciso di rimanere in Rojava per portare avanti il suo lavoro e sostenere da vicino il suo popolo.

Qual è stata la vostra reazione e quella delle truppe sul campo?
“La nostra lotta contro Daesh continua, anche se siamo preoccupati per una possibile invasione turca da nord. Gli Stati Uniti non si sono mai impegnati a proteggerci da questa evenienza, ci abbiamo sempre pensato da soli. Certo, la presenza delle truppe americane e gli accordi che avevano stipulato con il governo di Ankara ci garantivano una certa tranquillità, almeno su quel fronte”.

Adesso, però, rischiate di dover combattere su due fronti: contro Isis e contro i turchi. Cosa vi preoccupa di più?
“È vero, se la Turchia decidesse di avanzare si aprirebbe un secondo fronte che ci costringerebbe a combattere contro Daesh, da una parte, e frenare l’avanzata di Ankara, dall’altra. Daesh e Turchia, per noi, sono la stessa cosa: entrambi vogliono smantellare il nostro modello. Ma noi continueremo a difendere il nostro popolo come abbiamo sempre fatto”.

Sentite di essere diventati un obiettivo concreto delle aspirazioni militari del presidente Erdoğan?
“Non ci sentiamo un obiettivo di Erdoğan da due giorni, lo siamo sempre stati. Basta guardare cos’è successo ad Afrin”.

Avete provato a parlare con i vostri referenti americani sul posto? Cosa vi hanno detto?
“Con loro ci siamo sentiti anche ieri. Non hanno saputo fornirci informazioni precise perché ancora non credo esista un piano dettagliato di ritiro delle truppe. Ci hanno però detto che si tratta di una decisione arrivata dall’alto, da Washington, e che loro non possono farci proprio niente”.

Siete stati gli uomini sul campo della cosiddetta coalizione occidentale, avete stanato casa per casa gli uomini di Daesh. Vi sentite traditi?
“Questa decisione ci ha molto sorpreso. Ma credo che non siano solo i curdi ad essere stati traditi dagli Stati Uniti, ma anche gli altri Paesi della coalizione. Qui a combattere sono venute persone da tutta Europa”.

Ma Daesh è veramente sconfitto? Solo nell’ultima settimana gli americani hanno effettuato decine di bombardamenti…
“Trump dice che Daesh è stato sconfitto. È una bugia. Solo ad Hajin, dove si sta ancora combattendo, si stima che siano presenti circa 4mila jihadisti dello Stato Islamico e che quelli sparsi per tutta la Siria siano oltre 30mila. E stiamo parlando di combattenti molto preparati. Isis non è affatto finito e lo dimostrano le decine di bombardamenti americani nell’ultima settimana. Anche ieri e oggi. La guerra non è finita”.

Crede che Isis potrebbe tornare e riconquistare territori nel nord della Siria?
“Se i turchi ci invadessero e indebolissero le nostre truppe, il rischio sarebbe proprio quello. Ripeto: sono tanti, ben addestrati e disposti a tutto. Se gli Usa si ritirano e gli islamisti dovessero riconquistare questi territori, allora potremmo dire che i veri vincitori della guerra sono i terroristi e non gli americani o la coalizione occidentale”.

Che piani avete? Quali saranno le vostre prossime mosse?
“Nessuna prossima mossa, continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: a lottare e difenderci da chi ci vuole attaccare. Speriamo che il resto della coalizione voglia aiutarci e proteggerci”.

Voi detenete anche migliaia di combattenti dello Stato Islamico. Cosa ne sarà di loro dopo un’eventuale invasione turca?
“Abbiamo circa 3mila terroristi nelle nostre prigioni. Non so cosa potrebbe accadere se i turchi mettessero mano su di loro. Per come conosco i turchi, potrebbero anche liberarli tutti. Quindi non siamo solo noi a dover essere impauriti, ma anche l’Europa”.

Twitter: @GianniRosini

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Libia, il premier Conte incontra Haftar e Al Serraj: “Il 2019 sia l’anno della svolta, via maestra è un accordo politico”

prev
Articolo Successivo

Siria, un nuovo Iraq con 30mila jihadisti Afghanistan, un’alleanza Taliban-Al Qaeda Ecco cosa si rischia con il ritiro degli Usa

next