Cosa ci dicono i buchi lasciati nel selciato dalle venti “pietre d’inciampo” divelte a Roma nella notte tra il 9 e il 10 dicembre? Cosa ci dicono quei segni posti per volere della grande testimone e sopravvissuta alla Shoah Giulia Spizzichino proprio in quella via Madonna dei Monti dove aveva vissuto la famiglia Di Consiglio, cancellata durante il rastrellamento del Ghetto del 16 ottobre 1943 e la retata del 21 marzo 1944?

Cosa non doveva essere visto, cosa accusava talmente forte da dover essere strappato dal terreno? Qual era l’inciampo tanto insopportabile? “Qui abitava”, dicono le targhe d’ottone – 70mila in tutta Europa, realizzate dall’artista tedesco Gunter Demnig. Qui, proprio qui, qualcuno venne strappato dalla propria casa, e assassinato. Qui è accaduto e qui potrebbe accadere ancora.

I buchi che segnano l’assenza delle pietre d’inciampo stanno lì come una bocca che grida, varchi in cui ora si infossa il passo. Sono un rimosso che dice con ancora maggior forza ciò che le pietre testimoniavano: che gli italiani sono stati capaci di isolare, perseguitare, deportare e consegnare all’eliminazione intere famiglie di innocenti. Persone che avevano un nome, una data di nascita diversa – perché erano bambini, vecchi, giovani e adulti – ma una stessa data di morte, tra il 1943 e il 1945, voluta dal regime nazifascista che in Italia aveva il volto di Mussolini e delle camicie nere.

Nascita, data e luogo di arresto, deportazione, assassinio: pochi caratteri incisi su sampietrini d’ottone che nel loro essere infissi al suolo colpiscono più che se venissero scagliati. Mentre le nostre giornate sono scandite ormai da mesi da un frasario fascista fatto di “tireremo dritto” e “non mollo”, consapevolmente declinato da figure istituzionali che hanno giurato sulla Costituzione, le pietre d’inciampo ci legano alla storia – una storia recente e immonda, che non può essere divelta o rimossa. Una storia che dice a cosa ha condotto il fascismo, con la sua costruzione di disprezzo razzista, la sua xenofobia elevata a ideologia identitaria, la sua semina di odio, la sua invenzione di un nemico fittizio, necessaria all’illusione di sicurezza che sempre è funzionale all’instaurarsi dei regimi.