Aspettavo questo momento da tempo: almeno dal 2012, quando lei era ancora sindaco di Firenze ma aveva già iniziato la scalata al Pd, con la prima Leopolda dei rottamatori e con l’annuncio di volersi candidare alla segreteria, e un amico fiorentino, che aveva seguito il suo percorso, con entusiasmo, prima da presidente di Provincia e poi, disilluso e incazzato, da inquilino di Palazzo Vecchio, mi disse: “È un arrivista. Intorno a sé vuole solo yes man e fa terra bruciata. Del partito non gliene frega nulla”.

Grazie, dunque, per aver siglato il “patto del Nazareno” col nemico numero uno della sinistra italiana, spostando sempre più il baricentro a destra e allontanando (come se ce ne fosse bisogno) i pochi elettori di centrosinistra. Grazie per aver fatto fuori, più o meno contestualmente, Enrico Letta. Grazie per aver portato il Pd al 40,8% alle Europee del 2014 e aver deciso, da lì in avanti, di costruire il “partito della nazione”. Sogno, questo, che forse aveva già in mente quando vinse le primarie nel dicembre dell’anno prima e da Arcore le arrivò una telefonata: “Caro Matteo, complimenti! Con te abbiamo, finalmente, un partito socialdemocratico”.

Grazie per aver smantellato, a poco a poco, i diritti dei lavoratori. Grazie per averlo reso più precario, il lavoro, col Jobs Act. Grazie per i favori a banche, autostrade e tabacchi. Grazie per aver tentato di stravolgere, in peggio, la Costituzione e aver provato a far passare una legge elettorale (dichiarata, guarda a caso, incostituzionale su pezzi fondamentali) che, insieme a un solo ramo del Parlamento con funzione legislativa e di controllo sul governo, si sarebbe rivelata pericolosa per la salute democratica del Paese.

Grazie, infine, per la fortunata idea di volersi gustare lo spettacolo politico, da grande statista, con in mano un bel sacchetto di popcorn. Di aver combattuto, con tutte le sue forze, il dialogo coi 5 stelle, scelta che ha consegnato l’Italia alla destra salviniana fatta, al momento, di condoni fiscali, favori a ricchi ed evasori, un’inutile riforma pensionistica e una legge-vergogna, a danno degli ultimi, che finirà per creare emergenza sociale.

Ma il grazie più grande glielo riservo per la decisione di lanciarsi, nella mischia, da solo. Finalmente: un bel partito di centro con le facce (suppongo, in seconda fila) di qualcuno del Giglio magico e di qualche berlusconiano. Perché, vede, alle voci che si rincorrono in queste ore di una sua candidatura alla segreteria del Pd io non credo più di tanto. Marco Minniti è stato mandato avanti per dividere, ancora una volta, quella che lei definisce, con distacco, “ditta”. E quando l’ex ministro dell’Interno si è voltato indietro per cercarla, lei era già scappato. Lo scopo? Fare terra bruciata. Come sempre.

Tra sinistra e centrosinistra non è rimasto granché, a parte le macerie. Ma senza di lei, forse, a qualcuno potrebbe venire l’idea di occuparsi dei sei milioni di elettori che il 4 marzo scorso, nonostante tutto, hanno deciso di dare fiducia a ciò che rimaneva del partito “socialdemocratico” meglio rappresentato in Europa. E di quanti, anche a causa sua, hanno preferito il divano di casa alle urne.

Nel frattempo aspetto, coi popcorn, il suo movimento politico. O, se così non dovesse essere, l’ennesima distruzione da dentro del già a pezzi Partito democratico.