Erano state condotte nel campo rom vicino a Foggia con l’inganno e poi chiuse in alcune baracche serrate con catena e lucchetto. Ed erano costrette a prostituirsi, totalmente in balia dei loro aguzzini che le picchiavano “senza pietà” ed erano pronti a vendere il neonato di una delle vittime per 28mila euro. In queste condizioni hanno vissuto per mesi 3 ragazze romene minorenni, secondo la ricostruzione della Dda di Bari che ha sottoposto a fermo 6 persone di etnia rom al termine di un’indagine della polizia durata poco più di due mesi che ha permesso di scoprire “uno spaccato di cui si ignorava l’esistenza nel nostro territorio”.

Pugni e cinghiate. Poi la fuga e l’indagine – L’inchiesta è iniziata grazie alla fuga di una delle donne ridotte in schiavitù, lo scorso 3 settembre. Stando a quanto accertato dalla pm antimafia Simona Filoni e al pubblico ministero per i Minorenni Caterina Lombardo Pijola, la ragazza è scappata “dopo essere stata selvaggiamente pestata con calci, pugni, schiaffi e cinghiate, sferrati in ogni parte del corpo, sulla faccia, sulla pancia e dietro la schiena, nonché trascinata per i capelli, facendola strisciare per terra, all’interno della baracca nella quale veniva segregata, da uno dei fermati”. Arrivata in un vicino accampamento, la minorenne è stata soccorsa dai medici del 118 e poi ha trovato il coraggio di raccontare quanto le era accaduto.

“Volevano vendere un neonato per 28mila euro” – I sei aguzzini – tutti appartenenti allo stesso nucleo famigliare – ora sono carcere per i reati di riduzione in schiavitù, prostituzione minorile e sequestro di persona: si tratta di una coppia, i loro tre figli (due dei quali minorenni) e una 26enne compagna di uno dei ragazzi. “Brave persone, sono tutte bugie. Lavorano nei campi per avere il cibo”, li difendono alcuni abitanti del campo. Il quadro indiziario è stato ricostruito non solo grazie alla testimonianza della vittima ma anche ai riconoscimenti fotografici dei presunti autori dei delitti, oltre che ai sopralluoghi, agli accertamenti sui telefoni e all’esame dei social network, dai quali è emersa l’esistenza di una delle forme di ‘schiavitù moderna’. Tra le giovani vittime, per lo più sole e non in contatto con la famiglia e due delle quali ancora irreperibili, c’era anche una minorenne incinta, costretto a prostituirsi fino al settimo mese di gravidanza. Una delle persone finite in carcere avrebbe proposto agli altri “la possibilità di vendere il nascituro ad un soggetto da lei conosciuto per la somma di 28mila euro”.

Sorvegliate 24 ore su 24 – È stato accertato che nessuna delle vittime poteva scappare dal campo, essendo controllata 24 ore al giorno, sia durante la permanenza nelle baracche, sia durante gli spostamenti, che avvenivano sotto il diretto controllo degli uomini del gruppo criminale e delle donne, fino alla statale 16  – direzione Lucera, posto a circa duecento metri dallo svincolo per via San Severo – dove erano costrette a prostituirsi, dopo essere state accompagnate in auto dagli indagati che continuavano a sorvegliarle nascondendosi nei cespugli. Per di più i fermati, una volta condotte le minorenni nel campo, le privavano dei telefoni cellulari e dei documenti.

I pm: “Totale disprezzo della vita umana” – “Le condotte dei fermati – dicono gli inquirenti – sono connotate da allarmante gravità, attesa la loro efferatezza e il disprezzo per la vita umana dimostrati dagli indagati, soprattutto in danno di giovani vittime minorenni e dei nascituri che portavano in grembo; gli stessi hanno, pertanto, dimostrato una totale indifferenza per le condizioni di particolare fragilità delle vittime e di non possedere il benché minimo sentimento di pietà verso le stesse”.

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