“Fu un anno formidabile il 1978, di gran fermento e creatività. Ma da lì a poco non se ne sarebbero andati solo gli ‘dei’ portandosi dietro una stagione di ideologie e passione politica, se ne sarebbe andato per sempre Demetrio Stratos, un amico fraterno”. Parole vergate dal tastierista degli Area, Patrizio Fariselli, a corredo della nuova edizione de Gli Dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!, disco fondamentale nella storia della band, doverosamente rimesso in luce a 40 anni dalla pubblicazione. Gli dei se ne vanno, e contemporaneamente svaniscono i sogni di una generazione che, per un momento, aveva creduto davvero di potercela fare.

L’Esistenzialismo prima, la lettura di Sartre e Camus, poi la cultura beatnik e infine il Sessantotto avevano convinto i giovani che la società avrebbe colto quelle istanze egualitarie che loro stessi proponevano, e che la musica e la cultura avrebbero brillato come non mai, libere da banalità e miserie mercantili. “Sarà per la prossima volta – dice oggi Patrizio Fariselli – Io sono pronto”.

Gli Area sono stati protagonisti di una delle stagioni più importanti della musica leggera italiana, che ha riscosso successo e considerazione anche oltre i confini nazionali.
Come Area abbiamo sempre evitato di storicizzarci e quindi di legarci alla contemporaneità, anche stilisticamente, per evitare di essere inchiodati alla nostra epoca. Abbiamo sempre cercato di rifuggire le gabbie e pensavamo piuttosto a essere noi stessi e basta!

Vi definivate International Popular Group.
Ma era un modo per gettare fumo negli occhi! Se è per questo abbiamo definito la nostra anche radical music, ma non vuol dire niente!

In Italia diventaste i fautori del prog: eravate coscienti del fatto che stavate scrivendo la Storia?
Considerare prog gli Area mi faceva sorridere quando avevo 20 anni, adesso che ne ho 60 invece mi fa sbellicare, però devo abbozzare. Invece musica rock associata agli Area non mi fa storcere il naso, essendo un tale calderone dove puoi infilare di tutto.

Vi rendevate conto, però, che la vostra musica – una sintesi di molte scuole musicali, tra le quali la musica greca ed araba e il free-jazz – pesava un bel po’ e che faceva dei danni…
Non a caso ci è stato precluso di esportare la nostra musica nel mondo anglosassone, ci hanno chiuso i confini in modo irrevocabile e confinato al territorio italiano per motivi esclusivamente politici. Soprattutto per aver inciso un pezzo intitolato Luglio agosto settembre 1973. La nostra vendetta però fu nel fatto che i nostri dischi arrivavano ugualmente e venivano molto apprezzati. Infatti, quando qualche anno fa siamo stati a Londra e a New York, in occasione della nostra reunion, abbiamo avuto la sorpresa di trovare molte persone che conoscevano tutti i nostri lavori.

All’epoca la musica funzionava per la forte connotazione politica: gli Area sarebbero stati gli stessi anche se fossero nati in un altro periodo storico come quello che stiamo vivendo?
Penso di sì, perché presi singolarmente i membri del gruppo, ognuno aveva una sensibilità sul sociale molto forte. Come gruppo prendemmo la decisione di schierarci apertamente e di dare una mano al movimento contestatario in tutti i modi, con la presenza in varie situazioni per portare la nostra solidarietà alle sue istanze ed essere punto di aggregazione di quelle spinte che venivano dal basso per una società più egualitaria. Anche se non era obbligatorio farlo.

Su un vecchio disco degli Area compare la frase: “Siamo cinque musicisti che hanno una rabbia repressa perché hanno suonato per tanti anni quello che volevano i padroni”.
Eh questa è vecchia… si deve tener presente che negli anni 50/60 non si facevano concerti, ci si esibiva nei locali da ballo. Chi cominciava a suonare lo faceva nelle orchestre da ballo e successivamente, negli anni 60, nei cosiddetti complessi, che eseguivano musica da ballo. Per giovani musicisti professionisti come me o Demetrio Stratos, la palestra è stata il club da ballo dove dovevi suonare quello che volevano i padroni, i capitalisti. Questo ha fatto sì che nascesse in noi un moto dal basso, un desiderio di ribellione, di spaccare tutto. Perché dover lavorare per gratificare lo ‘sciocco in blu’, come cantava Jannacci?

I luoghi in cui gli Area si esibivano erano molto particolari: ospedali psichiatrici, centri sociali, università, persino a Cuba. Qual è il motivo che vi portava a scegliere posti borderline?
In verità erano gli stessi posti che sceglievano noi. Avendo abbracciato la causa del movimento, eravamo presenti e disponibili a far sì che il rito del nostro concerto fungesse da catalizzatore di energie latenti di tutti i tipi. Raccoglievamo le energie che si annidavano in certe situazioni ‘calde’ ed era molto stimolante.

Che ricordo hai della vostra esibizione a Cuba?
Facemmo due concerti: uno in un teatrino dove il pubblico era quasi esclusivamente composto da italiani, tanto che pareva di essere a Milano, e l’altro al porto de L’Avana, che in quel periodo era strabordante di musica. Non vedevamo l’ora che finissero i nostri concerti per andare a sentire quelli degli altri. La sera c’erano centinaia di proposte musicali e a un certo punto cominciammo a dividerci per raccontarci il giorno dopo i concerti ai quali avevamo partecipato. In quei giorni scoprimmo la musica dei mongoli – e fu una cosa significativa soprattutto per Demetrio Stratos – e apprezzai in particolare un concerto di indiani Sioux: per la prima volta ascoltai i loro canti in una situazione che non fosse un film di cowboy.

Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! è l’ultimo disco che gli Area incidono con Demetrio Stratos. Per alcuni Stratos abbandona il gruppo per dissapori che aveva con lei personalmente.
Certo è che se ne son dette di sciocchezze. La verità è che, in strana consonanza con il dissolversi del movimento, stava avviandosi alla conclusione anche l’esperienza del collettivo degli Area. I primi segnali arrivarono dalla tendenza a uscire dai canali che noi stessi avevamo contribuito a costruire. In quel periodo ci andavano strette un po’ di cose: intanto il rapporto con la Cramps (storica etichetta fondata dal paroliere degli Area, Gianni Sassi, ndr), quindi il desiderio di evolvere e uscire da quel ghetto dorato che avevamo contribuito a costruire. In coincidenza con quel periodo, nel 77,  il nostro chitarrista Paolo Tofani mollò di colpo per suoi motivi personali, fu la prima defezione. Registrammo quest’ultimo disco con la disperazione e la consapevolezza di chi sa che presto sarebbe cambiato tutto.

Parallelamente, il movimento collassò e da lì a un anno Demetrio Stratos, come Paolo Tofani, decide di intraprendere un percorso da solista.
Gli Area cominciavano a stare stretti a un artista che si avviava verso la sua maturità. Demetrio in quel periodo era in una perenne fase di crescita artistica. Intensificò la sua attività di sperimentazione, si trasferì a New York dove gli si aprirono le porte del gotha della musica contemporanea. Incontrò John Cage che lo indicò come uno dei talenti più straordinari della voce a livello planetario, nel momento in cui Cage era un faro. La punta di diamante della ricerca musicale di quel periodo.

Sfortunatamente Demetrio Stratos si ammala proprio in quel momento.
E poco dopo ci ha lasciato sorprendendo tutti, perché la morte non era contemplata. Organizzammo anche un concerto a Milano per raccogliere dei fondi per curarlo, senza sapere che quello sarebbe stato il primo momento di commemorazione. Fu una cosa terrificante, e quel concerto si può dire ha rappresentato la fine di un’era. L’addio degli dei.