La notizia è fresca e anche molto interessante: l’Unesco ha dichiarato la musica reggae patrimonio dell’umanità. L’organismo delle Nazioni Unite argomenta ampiamente la scelta: il fatto che il reggae abbia dato storicamente voce agli emarginati, la sintesi che esprime delle numerose influenze del periodo coloniale e post-coloniale dei Caraibi, il suo inserimento nei programmi scolastici in Giamaica e, più in generale il contributo alla riflessione internazionale sui temi dell’ingiustizia, della resistenza e dell’umanità. Si legge: “Le funzioni sociali di base della musica – in quanto veicolo per la riflessione sociale, pratica catartica e strumento di preghiera – non sono cambiate, e questa musica continua a servire come voce di tutti”.

Fino a pochi anni fa, questo riconoscimento sarebbe stato impensabile e sono certo che anche oggi non mancheranno i critici e gli oppositori. Il che è peraltro del tutto legittimo. I detrattori del reggae lo hanno storicamente visto come uno strumento di promozione dell’uso di canapa, dell’illegalità e del rifiuto delle regole sociali. Nel tempo, conformandosi purtroppo a una tendenza che lo accomuna al rap, spesso anche il reggae (più precisamente: una parte degli artisti reggae) si è trovato in mezzo a forti polemiche per testi che sono stati accusati di sessismo, omofobia, celebrazione della violenza e di uno stile di vita superficiale fatto di edonismo ostentato. Come il rap, appunto. Lo stretto legame su vari fronti tra i due generi mi porta a un’altra riflessione legata all’attualità.

A poca distanza dalla soleggiata Giamaica, infatti, si sono svolte negli Stati Uniti le elezioni di medio termine. E, in mezzo ad alcune novità che hanno fatto scalpore, un’altra – forse meno storica ma che merita di essere raccontata – è l’elezione come deputato al Congresso del primo rapper: si tratta del democratico progressista Antonio Delgado, rappresentante dello Stato di New York, e già attivo in passato nella scena rap con il nome d’arte di AD The Voice. Attenzione però: dimenticate collane e macchinoni. Da un lato, le liriche di Delgado sono sempre state all’insegna dell’impegno sociale e, dall’altro, il neo eletto ha negli ultimi anni accompagnato lo studio di registrazione allo studio sui libri, vincendo una borsa di studio a Oxford e laureandosi in legge a Harvard. Da ciò si capisce come la strategia del suo sfidante repubblicano di rinfacciargli la (peraltro breve) carriera come rapper si sia evidentemente rivelata un insuccesso, portando anzi ulteriore attenzione mediatica e curiosità nei confronti di AD.

Il reggae patrimonio dell’umanità e un rapper legislatore: senza voler cadere in ingenui entusiasmi, siamo di fronte a due segni ravvicinati e importanti dei tempi che viviamo. La musica afroamericana contemporanea, discendente ormai distante dei canti che echeggiavano nelle piantagioni, vive un riconoscimento che, da un lato, non può che far piacere ma, dall’altro, deve far riflettere sull’avvenuta istituzionalizzazione di (una parte di) questo fenomeno culturale e sociale. Mi piacerebbe, un domani, vedere anche il rap patrimonio Unesco? Assolutamente sì, e – dopo il meritato premio Pulitzer vinto da Kendrick Lamar – non sarebbe peraltro un riconoscimento impensabile come poteva essere ai tempi di 2pac. Ma mi piacerebbe soprattutto perché sarebbe un occasione di rilanciare all’interno della scena il dibattito sul nostro ruolo possibile all’interno di uno scenario sociale così difficile e privo di riferimenti come quello che viviamo.

Mi viene in mente la scena in cui Bob Marley, rendendo plasticamente il senso del potere della musica all’interno della società, “costrinse” a stringersi le mani sul suo palco i leader dei due partiti che stavano portando la Giamaica alla guerra civile. Oggi non vedo più in giro giganti come Marley, e spero che sia un movimento collettivo a prenderne il posto. Però è divertente immaginare Bob entrare alle Nazioni Unite, sorridere, sedersi e accendere una canna.