La #blackweek inesorabilmente sottotono mi spaventa. Mi sono ripetutamente chiesto il perché di una performance così deludente e spero di non aver trovato la risposta. Ho voluto confrontarmi, discutere, approfondire. Più di un interlocutore ha replicato “E se l’avessero fatto di proposito?” oppure “Forse il loro obiettivo era ottenere soltanto un irresponsabile abbassamento della guardia…”. Ogni volta deglutivo imponendomi di non dar credito a quelle parole.

Sono terrorizzato al pensiero che la minaccia cyber – un po’ come succede con gli uragani – venga declassata e la furia devastatrice finisca con l’esser etichettata come una banale folata di vento.

Due i ragionamenti ineludibili.

Primo: il nemico non è Anonymous. Sarebbe troppo facile. I sognatori vanno sempre poco distante, gli idealisti li seguono a ruota. Da tempo ormai il “credere” fino all’estremo sacrificio è stato surclassato dal far qualcosa solo in cambio di qualcosa.

Il mercenariato dilagante è il propulsore delle attività criminali in Rete: chi ha tanta capacità offensive e pochi scrupoli non si mette certo a “giocare” in occasione di una pur suggestiva ricorrenza: rischiare di “cadere sul campo” per la bella faccia (o la bella maschera) di Guy Fawkes non vale la pena per quelli che sanno di poter monetizzare le proprie abilità.

I giovani di Anonymous – in questo scenario – suscitano tenerezza: la loro Legione fa sorridere (e non voglio certo mancar loro di riguardo) se rapportata al volume di fuoco che sono in grado di sviluppare le unità da combattimento cibernetico russe o cinesi. Gli attacchi di questi giorni sono poco più di un gavettone goliardico se messi a paragone con l’Hiroshima virtuale che potrebbero realizzare gli specialisti della guerra digitale.

La “cyber war” non è un gioco, ma una vera e propria arte. Spietata. Malvagia senza essere sanguinaria, velata di una sottile e quasi impalpabile efferatezza.

Non si traduce nel “defacement” (o sfregio vandalico) di un sito o nel saccheggio di qualche pur corpulento file: l’obiettivo è la paralisi delle infrastrutture critiche, la demolizione dei gangli del sistema nervoso elettronico fatto di computer e reti che potrebbero smettere tutti di funzionare simultaneamente ingenerando il caos. In questa prospettiva mi spaventa – molto più di Anonymous – l’esercito di precari e di sottopagati che “sobbolle” nella gigantesca pentola del Sistema Paese.

Si provi a pensare quanti sono i giovani – senza prospettive o con un orizzonte che non supera mai i sei mesi di impiego – che sono pronti a commettere errori di programmazione, ad installare “backdoor”, a inquinare gli archivi elettronici con dati sbagliati che andranno a compromettere futuri processi decisionali, a cancellare interi database, a fare copia delle informazioni riservate a disposizione da rivendere ad un possibile committente o al miglior offerente.

Le paventate incursioni di questi giorni potevano essere l’occasione quasi sportiva per capire l’importanza del problema “cyber” e per mettere alla prova (senza le consuete folkloristiche simulazioni) l’efficienza e l’efficacia delle risorse a disposizione sullo specifico fronte. Qualcuno dirà “sarà per un’altra volta”, ma non mi lascio consolare da una possibile altra opportunità per tornare sull’argomento.

La seconda riflessione prende spunto dal calo dell’adrenalina tra i ranghi delle istituzioni e delle imprese. Non siamo Cassius Clay e non possiamo permetterci – distese le braccia lungo il corpo e fatti dondolare i guantoni verso il pavimento – di sbeffeggiare l’avversario sul ring. Dinanzi a noi un invisibile Tyson è pronto a mandarci al tappeto.

L’insuccesso di Anonymous non fatica a prendere la forma del ligneo destriero lasciato dai greci a poca distanza dal perimetro murario di Troia. Se qualcuno ha pensato di gioire al venir meno dell’assedio, riprenda le pagine di Omero e scopra come è andata a finire.

@Umberto_Rapetto