“Non voglio un processo pubblico“. È una delle poche frasi pronunciate da Igor il russo, al secolo Norbert Feher, durante l’udienza preliminare a Bologna del processo in cui è imputato di 11 reati, tra cui gli omicidi del barista Davide Fabbri e della guardia ambientale Valerio Verri e il tentato omicidio di un collega di quest’ultimo, Marco Ravaglia. Nell’aprile 2017, dopo i delitti, Feher era stato l’oggetto di un’imponente caccia all’uomo nelle province di Bologna e Ferrara, ma era stato arrestato soltanto lo scorso dicembre in Spagna, dove aveva ucciso altre tre persone.

Igor, collegato in video dal carcere di Saragozza, ha dato brevi risposte in italiano alle domande del giudice. I difensori del presunto killer, gli avvocati Cesare Pacitti e Gianluca Belluomini, hanno fatto richiesta di rito abbreviato condizionato allo svolgimento di una perizia psichiatrica. Gli avvocati puntano al riconoscimento della seminfermità mentale: a questo scopo hanno prodotto le consulenze tecniche firmate dallo psichiatra Vittorio Melega, che nei mesi scorsi ha visitato il detenuto in Spagna. Si sono costituiti parte civile i familiari delle vittime nonché l’associazione Legambiente, di cui Valerio Verri faceva parte. Il gup Alberto Ziroldi ha rinviato l’udienza al 28 novembre.

“Siamo qui perché ha ucciso nostro padre, un assassinio che si poteva evitare. Siamo qui per assistere ad un processo in tv perché lo Stato non è riuscito a prenderlo ed ha fatto altre vittime in Spagna. Allora il ministro Minniti ci fu comunque vicino. Oggi invece si è dimenticato di noi probabilmente perché Igor non ha la pelle nera“, ha scritto su Facebook Francesca Verri, figlia di Valerio.

Insieme al fratello Emanuele ha fatto sapere di aspettarsi “delle scuse” dalle istituzioni: “Minniti ci aveva fatto presente che potevamo contare su di lui per qualsiasi cosa. Noi a tutt’oggi non abbiamo ricevuto neanche un saluto. Noi rivolgiamo l’appello a tutti, abbiamo citato il ministro Minniti perché lui ci aveva fatto delle promesse, ci aveva incontrato, ci aveva posto delle sicurezze. Ma ci appelliamo alle istituzioni in generale“.

 

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