Il bacio saffico tra le due Rachel (McAdams e Weisz) è al minuto 47. Poi la ricerca di un angolo, di un pertugio, dove nascondersi dagli occhi indiscreti della “loro” comunità ebraica ortodossa, dura un’altra quindicina di minuti fino a prorompere in una scena di sesso lesbico intensa, esplosione di eccitazione e ansimi, di lingue avviluppate e saliva fatta colare nella bocca della partner. La Disobbedienza di Sebastian Lelio (Disobedience sarà nelle sale italiane dal 25 ottobre 2018) è un atteggiamento anticonformista di libertà e di scelta individuale dentro l’imbalsamazione della religione e del tempo.

Un lungo e tumultuoso tunnel passionale, quadro che argina l’ebollizione delle pulsioni tra due donne mature che si incontrano dopo un amore giovanile vissuto parecchi anni prima. Il padre di Ronit (Rachel Weisz), rav di una comunità ebraico ortodossa di una città inglese muore all’improvviso mentre pronuncia un discorso in sinagoga sull’istinto e la bestialità dell’uomo.

Ronit che vive a New York, e che interpreta la parte della donna “emancipata” torna così in Europa e si riavvicina al microcosmo formalmente integrato alla società che gli sta attorno, ma radicalmente ed effettivamente isolato per abitudini e tradizioni (le donne struccate portano parrucche, indossano strati su strati di abiti per annullare ogni modalità di appariscenza). Ad accoglierla c’è il cugino Dovid (Alessandro Nivola), rabbino sposato da tempo con Esti (Rachel McAdams), ragazza amata in gioventù da Ronit. Sentimento appassionato che anche per Esti non sembra sopito, anzi, che diventa all’improvviso grimaldello carnale per far saltare restrizioni culturali e fisiche a cui continua ad essere sottoposta volontariamente Esti, come tutte le donne dell’autoisolante congregazione religiosa.

Il 44enne regista Lelio, che con il suo Una donna fantastica ha vinto l’Oscar come Miglior film straniero, costruisce un film d’atmosfera funerea, utilizzando una palette di colori grigio sbiadito fin troppo psicologicamente didascalica, ma ha il pregio di orientare il tempo del racconto per comprimere con forza il disagio delle protagoniste facendolo poi esplodere in una lunga sequenza di passionalità grazie ad una McAdams silenziosamente implorante amore, tutta primi piani con occhioni accesi e “parlanti”. Il topos della comunità ebraica ortodossa sfiora oramai il cliché del castrante babau tradizionalista nella solita vertigine etica laicità vs. religione, ma è l’originalità dell’amore lesbico in Disobedience, di questa forzuta esibizione di potere al femminile nello scardinare le ovvietà imposte, a fare cinematograficamente la differenza. 

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