“Be Italy again!”. È la supplica di Michael Moore alla platea in chiusura del suo incontro ravvicinato alla Festa del cinema di Roma, di cui è l’odierno protagonista assoluto. “E con questo non intendo lo slogan alla Trump ‘Italy First’, cioè non siate l’Italia voluta dai politici oggi al potere, ma quella vera, quella che sapete di essere all’origine”. Standing ovation. Tornato alla ribalta con l’energia trascinante che l’ha sempre distinto, il documentarista premio Oscar è alla Festa capitolina accompagnando la premiere nazionale di Fahrenheit 11/9, radicale e toccante testimonianza dell’America e del mondo nell’era di Trump che sarà nelle dal 22 al 24 ottobre per Lucky Red e prossimamente su La7. È  infatti Corrado Formigli a moderare l’attesissimo incontro/conferenza stampa in una sala sold out. Un incontro dilagante e sconfinante nel comizio politico, d’altra parte i tempi sono roventi.

Arrabbiato e “devastato” dalle preoccupanti ferite alle democrazie contemporanee, Moore usa i consueti toni diretti e precisi, senza risparmiare alcuno né qua né soprattutto oltreoceano. Ma è chiaro che anche la situazione italiana gli stia a cuore, “il Paese che 30 anni fa mi fece mangiare il miglior pomodoro della mia vita e che mi intervistò attraverso un quotidiano comunista capace di vendere mezzo milione di copie al giorno e che oggi non esiste più (L’Unità, ndr). A quel tempo pensai: che Paese meraviglioso è l’Italia!”. Bei tempi andati, però, perché se negli States imperversa quel “grande performance artist di The Donald, da voi italiani trionfano Berlusconi, Salvini e Di Maio, gente che fa divertire e si presenta per quello che è veramente. Ma questi politici non hanno nulla di divertente in quello che fanno”. In tal senso Moore ci mette un secondo a definire l’atteggiamento del ministro italiano dell’Interno verso i migranti: “Salvini è un razzista”. E rincara la dose “smettetela di indorare la pillola e definitelo per quello che è, cioè anche un bigotto e omofobo, e ditegli che se non ama i matrimoni gay semplicemente può sposarsi con una donna, ma non impedire agli altri di vivere l’amore come desiderano”.

Come ben spiega nel suo nuovo lavoro, certamente incentrato sui motivi che hanno portato Trump a vincere le ultime elezioni americane fuori da ogni previsione (tranne le sue, essendo stato il primo a mettere in guardia i suoi connazionali nel famoso intervento sull’Huffington Post datato 24 luglio 2016) ma che spazia su diversi territori di denuncia, la vera colpa non è della gente in sé ma “dei compromessi dei leader di sinistra, da noi come da voi”. Insomma, quella sinistra “che non dice più cose di sinistra” (Moretti docet) è la vera colpevole. Obama incluso. Produce molto sgomento, infatti, vedere nel documentario la visita del presidente “black and dem” a Flint durante lo scandalo dell’acqua inquinata. Dopo averne assaggiata da un bicchiere non fece nulla di quanto era atteso dalla cittadinanza che si ammalava per un’ingiustizia palese legata ad interessi economici. “In conseguenza a questo gesto sbagliato di Obama i miei concittadini – incalza Moore – non hanno votato per Trump ma neppure per Hillary: semplicemente non sono andati a votare, e The Donald si è preso il Michigan”. Un esito questo che Michael prevede per il presente e immediato futuro – l’imminente mid term – se qualcosa di importante e positivo non accadrà, specie dalle parti di sinistra. Perché “i liberal dei nostri tempi hanno paura a dichiarasi tali: temono di non vincere più, e allora si dichiarano moderati, centristi, e invece devono rimpadronirsi della loro identità radicalmente democratica per salvare il salvabile”.

Tornando alla sua America e ricordando “le lacrime versate sulla cartella elettorale votando nel 2008 per Barack Hussein Obama, con quel nome mussulmano nonostante le suppliche del suo partito affinché lo togliesse, il primo presidente nero a soli 150 anni dalla fine della schiavitù: in quel momento milioni di americani razzisti hanno messo il loro sentimento da parte per il bene del Paese, fu un miracolo”, Moore non nasconde di vivere in un territorio profondamente razzista ed ora governato dal più razzista di tutti, ai limiti del fascismo e nazismo tanto da utilizzare un espediente satirico che accosta The Donald a Hitler. In pratica il regista mostra materiali di archivio dei discorsi propagandistici del Führer montandovi l’audio della voce di Trump. “Vedete come viene bene il lip synch?” Ma quando gli chiedono se sta dando del neonazi all’attuale presidente americano precisa bene: “Esattamente l’opposto, sto dicendo che Hitler è Trump! La popolazione tedesca degli anni ‘30 era intelligente, democratica e colta, ma c’è voluto poco per cambiare quella democrazia in qualcosa d’altro. Questo perché all’interno del sistema democratico non esiste un meccanismo di autocorrezione, la democrazia non possiede sistemi frenanti automatici, quindi bisogna stare attenti, vigilare perché altrimenti vi si mettono al volante personaggi come Trump o Salvini”. E mentre mette in guardia “da quel genio malvagio di Steve Bannon che sta irretendo i nazionalisti europei”, Michael Moore annuncia il suo più grande timore: “se Donald Trump dovesse vincere le prossime elezioni e rimanere fino al 2024 non ci sarà più speranza, perché avrà il tempo necessario a distruggere ogni cosa, uccidendo il cuore della democrazia”.

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