“Sto veramente riflettendo. Vediamo nei prossimi giorni”. Marco Minniti non ufficializza la sua candidatura come segretario del Pd, ma lascia presagire che arriverà dopo l’appello dei 13 sindaci, molti dei quali renziani, che gli hanno chiesto di giocare la partita per la successione di Maurizio Martina. L’ex ministro dell’Interno sarebbe – salvo colpi di scena – il candidato di Matteo Renzi e il primo competitor di Nicola Zingaretti, che sabato riceverà l’endorsement (bisognerà capire quanto accorato) di Paolo Gentiloni durante l’evento Piazza Grande.

Finora l’ex segretario è rimasto in silenzio, ma appare chiaro che la presenza di Minniti sarebbe quella di riferimento dei renziani. Non solo per il via libera di Ettore Rosato e la presenza di molti sindaci vicini all’ex premier toscano tra i 13 che hanno chiesto l’impegno dell’ex capo del Viminale (da Dario Nardella ad Antonio Decaro fino a Giorgio Gori), ma anche per quel “una buona notizia per il rilancio” con cui è stato salutato dal deputato Stefano Ceccanti, altro renziano.

“Mantenere il sistema delle primarie aperte agli elettori in una competizione estroversa è coerente con l’idea di scegliere un segretario che non si dedichi solo all’organizzazione interna, ma che sia anche colui che ci guida alle elezioni politiche“, è stata la premessa di Ceccanti. “Salva la verifica sulla sua piattaforma programmatica e salve eventuali altre candidature al momento ignote – ha aggiunto – quella di Marco Minniti mi sembra la prima tra quelle già note che sia al tempo stesso consistente (in coerenza con quel doppio ruolo interno ed esterno) e innovativa (capace cioè di una discontinuità che non ci riporti indietro)”. Poi la bollinatura: “Una buona notizia per il rilancio del Pd in un periodo difficile per la nostra democrazia”.

Ma fuori dall’area di stretta osservanza renziana, quella di Minniti non è una candidatura che scalda particolarmente i cuori dem. Mentre c’è già chi ricorda come la sua candidatura a Pesaro il 4 marzo fu fallimentare (perse nell’uninominale contro il candidato fantasma del M5s, l'”impresentabile” Andrea Cecconi) e dall’esterno, lato sinistro, c’è chi come il governatore Enrico Rossi preconizza uno slittamento a destra (“Se il Pd pensa di vincere continuando a rincorrere la destra su immigrazione e sicurezza, Salvini resterà al governo per 20 anni), Repubblica segnala la possibilità che anche Matteo Orfini preferisca proporre una propria candidata (Chiara Gribaudo o Catiuscia Marini) invece di appoggiare l’ex ministro. E l’attuale segretario Maurizio Martina, sollecitato ad esprimere un parere, ha risposto con un laconico: “Adesso pensiamo all’Europa…”. Tra i possibili avversari diretti, tacciono Zingaretti e Matteo Richetti. Mentre Francesco Boccia saluta la corsa di Minniti come un buon segnale per il partito perché “il Pd deve ripartire da un congresso vero e se ci saranno più candidature è un bene perché ci confronteremo in maniera chiara”.

La riserva di Minniti potrebbe essere sciolta in pochi giorni e riproporrebbe dentro il partito una storica contrapposizione, quella tra ex dalemiani (area nella quale l’ex ministro ha a lungo militato) ed ex veltroniani, ai quali è invece ascrivibile Zingaretti. Che sabato conta di ricevere l’appoggio di Gentiloni, ora però messo “in difficoltà” dalla battaglia contro un suo ex ministro. Ago della bilancia? Probabilmente Dario Franceschini, fino a oggi a fianco del governatore del Lazio. Della sfida, anche Cesare Damiano e il giovanissimo Dario Corallo. Ironizza l’ex guardasigilli Andrea Orlando: “E siamo a 6!”. In uno scambio di battute con i suoi follower, Orlando aggiunge: “Aumenteranno”.