Per discutere del caso del film Sulla mia pelle, che non smette di dar luogo a polemiche, partiamo da un’evidenza: il lavoro creativo deve essere pagato (come tutti i lavori, del resto). Chi fa cinema, scrive romanzi o pièces teatrali, compone musica di ogni tipo, non è un furfante che campa a scrocco, ma un lavoratore che deve essere garantito e remunerato il giusto per poter continuare a produrre oggetti di cui noi tutti godiamo.

Detto questo, c’è un fenomeno che colpisce in quest’ultimo scorcio di tempo, ed è la riconfigurazione in corso nello spettacolo legata al Cinema. Il tempo delle sale, con buona pace di tutti i cinefili e di chi – come me del resto – fa dell’andare in sala una delle sue attività preferite, sta finendo. Per qualcuno è già finito, per altri, strenui difensori di un sapore del passato, no. Sta di fatto che le statistiche annuali degli incassi in sala mostrano un declino irreversibile, pari forse solo a quello della stampa quotidiana. Il che non vuol dire che non ci sia più bisogno del cinema (o della stampa), come del resto mostra la crescita della produzione in termini di quantità: vuol dire solo che occorre ripensare alle forme di penetrazione di questi vecchi media.

Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini dedicato al caso di Stefano Cucchi, è passato su Netflix (con possibilità di essere visto praticamente in tutto il mondo), e in relativamente poche sale italiane. Gli esercenti hanno protestato per questa uscita contemporanea che avrebbe bruciato lo sfruttamento in sala, e in pochi hanno preso il film. Il produttore e distributore del film (con Lucky Red) Andrea Occhipinti, si è dimesso dalla presidenza della sezione distributori dell’Anica, l’associazione dell’industria del cinema. Contrariamente alle previsioni dei produttori, però, il film sta andando bene. Non solo incassa, ma ha riempito grandi piazze, luoghi di socialità collettiva, aule universitarie ecc. per proiezioni dette “pirata”, cioè non autorizzate, gratuite e prive di effetti commerciali. Dunque prive anche di un equo compenso alla creazione. Tuttavia di queste proiezioni “pirata” hanno beneficiato anche i canali “ufficiali” perché del film si sta parlando molto e l’incasso in sala è stato finora di oltre 240mila euro, traguardo che forse non avrebbe raggiunto se non avesse beneficiato di questo sovraccarico di visibilità favorito anche dai “pirati”.

Questa strana situazione ci mostra almeno due cose. Da un lato ci ricorda un fenomeno che è già sotto gli occhi di tutti, e cioè che il cinema sta diventando sempre più un luogo di socialità da “evento”: quando ancora si va al cinema, lo si fa per condividere un’esperienza “forte” che coinvolga molte persone simultaneamente. Il fenomeno è evidente nell’attenzione sempre maggiore che hanno i festival da parte dei fan (c’è chi organizza le proprie ferie in funzione di Locarno o Venezia); ma è evidente anche nei film-spot, che escono per due o tre giorni e basta, come quelli dedicati ai pittori o la fiction su De André, andata in onda in tv subito dopo la sua programmazione in sala; o anche nelle dirette delle opere dai maggiori teatri del mondo.

Il cinema, cioè, diventa una sorta di luogo di performance, anziché un luogo di consumo feriale. E questo spiega il successo delle séances pirata di Sulla mia pelle, che sono state vissute da molti come forma di manifestazione di un sentire comune, che ormai non trova nelle espressioni della politica nessuno sbocco e che tuttavia resta ben vivo nel corpo sociale. Dall’altro lato, l’uso non controllato del film ci insegna anche che in tempi di diffusione a macchia d’olio della produzione e riproduzione audiovisiva non è possibile considerare la protezione del diritto d’autore – che, ripetiamolo ancora, è sacrosanta – con lo stesso metro che si usava nel 1941, all’epoca dell’uscita della grande legge sui diritti su cui si è fondato tutto l’apparato legislativo e burocratico successivo. Una ventata di libertà va respirata anche in questo campo. E di questo vento di libertà beneficeranno tutti, anche chi produce contenuti audiovisivi e per questo deve essere pagato.