Sta suonando in questi giorni la campanella di inizio anno nelle scuole romane e nei 207 plessi scolastici della Capitale dove, fino allo scorso anno, risultavano iscritti i bambini rom residenti negli insediamenti formali e informali. Quest’anno, se il trend dovesse restare invariato rispetto agli ultimi due anni precedenti, solo un bambino rom su tre “figlio delle baraccopoli romane” risulterà iscritto nei registri scolastici. Poi, dei circa 700 iscritti stimati, se consideriamo validi i dati elaborati nel 2017 dall’Anac, solo 110 siederanno sui banchi per restare nella classe con una frequenza regolare.

Una situazione che, a Roma, si fa fatica a non definire drammatica. Nell’anno scolastico 2014-2015 risultavano 2003 i minori rom iscritti alle scuole pubbliche romane, con un tasso di frequenza regolare pari al 15,2%. L’anno successivo il decremento è stato lieve: 1972 gli alunni rom iscritti. Poi, l’interruzione del servizio affidato alle organizzazioni e l’inizio del calo. Nell’anno scolastico 2016-2017 i bambini iscritti risultavano 1400. L’anno dopo, l’ultimo, quello 2017-2018, ulteriore emorragia di iscrizioni: 10254 con circa 160 alunni con frequenza regolare. Quest’anno, se la tendenza venisse confermata, gli iscritti potrebbero non superare le 700 unità.

Un tragico calo di iscritti che contrasta con gli impegni scritti nel Piano rom della giunta Raggi. Un Piano – è riportato nel testo – in piena sintonia con la Strategia nazionale per l’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti che prevede tra i suoi obiettivi dichiarati quello di “favorire i processi di prescolarizzazione e di scolarizzazione dei bambini Rsc promuovendo l’accesso (le iscrizioni, la frequenza, i risultati) non discriminatorio alle scuole di ogni ordine e grado e contrastando l’abbandono scolastico dei minorenni rom e sinti nelle scuole primarie e secondarie”. Pertanto all’interno del Piano rom “l’assolvimento dell’obbligo scolastico rappresenta, dunque, un punto nodale” tenendo presente l’opportunità di evitare quanto più possibile azioni di assistenzialismo che rendano passivi i soggetti e avviando un processo di responsabilizzazione tale da consentire ai soggetti di assumersi autonomamente il proprio progetto di vita.

Sul fronte scolarizzazione, di azioni concrete riportate nel Piano se ne parla: “Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha recentemente promosso un Progetto nazionale per l’inclusione e l’integrazione dei bambini Rsc che ha avuto durata triennale. Per quanto concerne la città di Roma, sulla base della valutazione di tale sperimentazione, è stata elaborata la metodologia definita ‘Progetto nazionale per l’inclusione e l’integrazione dei bambini rom, sinti e caminanti’. Il progetto verrà quindi programmato per il periodo 2017-2019 e sostenuto attraverso il Pon Inclusione: Roma Capitale parteciperà anche a questa progettualità nazionale”.

E così, la settimana scorsa, “al fine di assicurare il diritto allo studio e gli strumenti di conoscenza di ogni bambino e adolescente che vivono a vario titolo nei villaggi attrezzati e insediamenti non attrezzati del territorio romano”, il Comune di Roma ha presentato un bando per reperire un soggetto del terzo settore per attività volte a contrastare l’abbandono scolastico per biennio 2018-2020. Tali azioni, sostenute con fondi europei, sono collocate all’interno del “Progetto nazionale per l’inclusione e l’integrazione di bambini e adolescenti rom”.

Il bando, a fronte di un importo di 240mila 200 euro prevede l’intervento in soli sette dei 207 plessi scolastici frequentati da bambini rom presenti nei “campi”. Una goccia nel mare, visto che si tratta solo del 7% delle scuole realmente coinvolte. Una goccia che fa sorridere. Tra le sette scuole c’è anche quella frequentata negli anni passati dai bambini di Camping River, l’insediamento abbattuto dalle ruspe questa estate. Ora i bambini rom non ci sono più. Sono per strada, lontani dalla scuola, in altri quartieri della città.

Oggi, a un anno e mezzo dalla presentazione del Piano Rom, siamo noi a ripetere le stesse parole pronunciate dall’assessora Baldassarre quando, nel marzo 2017, puntava il dito contro “un fiume di denaro è stato utilizzato per interventi quantomeno inefficaci sulle popolazioni alle quali era destinato, senza una cultura del monitoraggio e della valutazione”. La sceneggiatura che aveva prodotto il film di Mafia Capitale sembra ripetersi con le stesse parole, gli stessi contesti, le stesse azioni. Indubbiamente si tratta di un film già visto. E dal finale scontato.