L’abbiamo incontrata anche nello sgombero di Camping River a Roma. E’ l’odiosa pratica delle istituzioni di minacciare la sottrazione dei minori per spingere le famiglie rom verso la scelta di intraprendere, più o meno “volontariamente”, percorsi dal carattere rieducativo. Con una lettera inviata al Tribunale per i minorenni nei giorni precedenti lo sgombero, l’Ufficio rom di Roma Capitale ha paventato l’ipotesi di collocare i bambini rom in strutture assistenziali se i genitori, nel corso della vicenda, non avessero espresso adeguata capacità genitoriale (chi volesse saperne di più, guardi il mio intervento alla Camera dal minuto 35,15 al 36,30).

Nei mesi precedenti, avevano destato vivo scalpore le immagini e i suoni dei pianti inconsolabili dei piccoli messicani, strappati dalle loro mamme, colpevoli di aver tentato il superamento del muro trumpiano. La pratica è semplice: separare i bambini dai genitori, giusto il tempo necessario alla giustizia americana per giudicare i genitori e decidere se rifiutare il loro ingresso. Nei 40 giorni compresi tra il 19 aprile e il 31 maggio, sono stati oltre 2.300 i bambini vittime di un distacco che dovrebbe servire, secondo le intenzioni del governo americano, a scoraggiare flussi migratori dal Sud.

Stando al secondo articolo della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 9 dicembre 1948, ratificata in Italia con la Legge n.153/1952, una delle azioni per giungere al genocidio di una comunità è il “trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”.

Ogni volta ci si stupisce e ci si indigna. Eppure non c’è nulla di nuovo sotto il sole. In un celebre studio del 1983, il ricercatore canadese Patrick Johnston, descrisse la pratica di molti uffici provinciali deputati all’assistenza dei minori, di sottrarre bambini delle riserve indiane dalle loro famiglie per destinarli prima ad istituti religiosi e poi all’adozione presso famiglie della borghesia canadese e statunitense. Questa prassi ha avuto il suo culmine negli anni Sessanta, coinvolgendo fino agli anni Novanta più di undicimila bambini.

Negli stessi anni, Peter Read denunciò in un suo report l’allontanamento dalle loro famiglie di bambini aborigeni registrati nello Stato australiano del Nuovo Galles del Sud. Tale pratica ha portato l’allontanamento di circa 100mila bambini, affidati ad istituti religiosi e poi immessi nell’opaco circuito dell’adozione.

Grazie a Mirella Mehr, testimone e vittima della vicenda, è conosciuto il caso degli Jenische svizzeri, bambini che dal 1926 al 1976, furono rapiti dalle loro famiglie, gruppi nomadi dediti al commercio ambulante, per essere internati in ospedali psichiatrici o famiglie di contadini.

Storie tragiche di minori ai quali, da una “giustizia ingiusta”, è stato negato il calore materno per essere avviati nel tunnel dell’internamento forzato, spesso concluso con la pratica dell’adozione.

Nella prefazione della ricerca “Dalla tutela al genocidio”, Leonardo Piasere, parlando della pratica dell’adozione che riguarda in Italia i bambini rom e sinti ha chiesto, come direttore del rapporto, «l’istituzione di una commissione d’inchiesta ad hoc che indaghi sulla realtà complessiva in Italia del fenomeno delle adozioni di bambini sinti e rom, che verifichi se ci siano stati abusi, accanimenti preconcetti, che verifichi la possibilità di poter rimediare alle storture di un sistema di assistenza e di politica sociale potenzialmente etnocidaria». La ricerca, diretta da Piasere, parla dei 258 bambini sinti e rom dichiarati adottabili dai sette tribunali per i minorenni nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005. Un numero che, se letto in proporzione con le presenze delle comunità rom e sinti in Italia, è decisamente allarmante.

Perché allora prendersela con i bambini rom? Perché, ancora prima di comprendere le cause profonde di una storia di evasione scolastica, di povertà o di emarginazione, si intraprende la scorciatoia della sottrazione del minore? Quali interessi? Cosa c’è dietro? Non c’è una risposta. Almeno non c’è una risposta di buonsenso.