Donne e bambini a parte. Agli uomini, se ci sarà spazio, si penserà più avanti. Stessa cosa per i figli maggiorenni. L’alternativa? La strada. Come in un naufragio, il picco drammatico dello sgombero del Camping River è rappresentato dalla separazione dei nuclei familiari. Esattamente quello che è accaduto un anno fa in occasione dell’azione della Prefettura nell’edificio occupato dai rifugiati in via Curtatone. Sono pochi i casi per i quali il Comune di Roma è riuscito a mantenere integri i nuclei. Sulle 240 persone presenti stamattina al campo, la Sala Operativa Sociale capitolina è riuscita ad assicurare a 60-70 di loro (dunque, una decina di famiglie) alloggi in centri d’accoglienza del circuito comunale, tali da non rendere necessaria una divisione dei nuclei. E questo è in parte anche il motivo per il quale finora solo 43 persone hanno aderito a questa soluzione temporanea. La gran parte, più di cento persone, è rimasta in presidio fuori da ciò che rimane del villaggio, per ora senza alcuna intenzione di andare via. Altri ancora sono semplicemente andati via all’alba, all’arrivo delle volanti della Polizia Locale.

La divisione delle famiglie in occasione di sgomberi con forza pubblica è divenuta quasi una prassi. Donne e bambini, come disabili e anziani (ma sono pochi gli abitanti dei campi rom che riescono a vivere fino a 65 anni) sono inseriti nelle “categorie deboli” e dunque hanno la priorità rispetto agli uomini adulti. E siccome i servizi sociali operano separatamente dal Dipartimento Politiche Abitative, ecco spiegata l’impossibilità burocratica, in assenza di un numero di strutture sufficienti, a trovare un tetto a tutti i nuclei familiari. Considerando che la società familiare rom è ancora più complessa della struttura classica genitori-figli. Al momento, gli operatori della Sala operativa capitolina stanno cercando di convincere le persone sgomberate ad aderire al circuito di accoglienza messo a disposizione dal Comune. Le strutture su cui virare sono il centro di via Toraldo, nel quartiere Torre Angela, quello della Croce Rossa Italiana in via Ramazzini (zona Portuense) e quello di via Cassia (zona Due Ponti). Proprio la struttura di Colli Portuensi nel settembre scorso fu oggetto di una visita lampo di Matteo Salvini, in piena campagna elettorale, mentre l’edificio di Torre Angela secondo l’Associazione 21 Luglio costa alle casse pubbliche circa mezzo milione di euro l’anno, essendo gestita dalla Domus Caritatis.

Cosa accadrà adesso? Chi rifiuterà le soluzioni del Comune finirà probabilmente in strada, in accampamenti di fortuna nei parchi o negli anfratti, come accade ogni volta che un insediamento dichiarato “abusivo” viene sgomberato. Anche perché di quello che era il Camping River ormai non è rimasto praticamente più nulla. Molti abitanti, secondo quanto rappresentato ai volontari delle associazioni, sembrano decisi a riparare su altri campi rom della Capitale, in primis il villaggio di Candoni, in zona Muratella. Di fatto spostando (e acuendo) solamente il “problema”. Gli altri, secondo quanto si apprende dal Campidoglio, saranno ospitati fino al 30 settembre dai centri d’accoglienza capitolini, periodo durante il quale sarà proposta loro l’adesione ai programmi d’inserimento iniziati nei mesi precedenti lo sgombero, ovvero contributo all’affitto, al lavoro o, per i non italiani, rimpatrio assistito nel paese d’origine (come già sperimentato con alcune famiglie romene). Programmi che, secondo gli operatori sociali, potrebbero portare a una “veloce riunificazione dei nuclei”, ma per i quali gli stessi rom hanno confermato le difficoltà ad aderire per via della diffidenza da parte di proprietari di case e datori di lavoro. Tutto ciò mentre il tempo stringe per molti dei minori ospiti del River che in gran parte – a differenza di altri campi capitolini – andavano regolarmente a scuola nei plessi limitrofi.

Il dramma della separazione dei nuclei familiari si era vissuto solo pochi giorni fa, quando la Polizia Locale ha provveduto a sgomberare l’area dell’ex Fiera di Roma dalle 36 persone (6 nuclei familiari) che vi erano state spostate dalla Giunta Alemanno dopo la copiosa nevicata del 2012. Anche in quel caso, donne (incinte) e bambini da una parte, uomini dall’altra. Dura, in questo caso, la presa di posizione della Comunità di Sant’Egidio, per la quale “la proposta di dividere le famiglie è irricevibile”, tale da “provocare solo nuovi disagi alle famiglie che da tempo hanno abbandonato il nomadismo”. “La legalità e la tutela dei diritti delle persone. Con questi principi saldi prosegue la nostra azione per il superamento dei campi rom”, ha commentato su Facebook la sindaca Virginia Raggi, che ha aggiunto: “In questo modo potremo gradualmente mettere fine ai roghi tossici e al traffico illecito di rifiuti”.