di Stefano Sacchetti

Parlare di disabilità è sempre difficile. Nonostante ci siano state alcune conquiste sul piano giuridico, civile e culturale, in diversi contesti c’è ancora parecchio lavoro da fare. In che modo? Ogni ambiente ha la sua risposta e la sua soluzione. Il cinema è sicuramente un mezzo nobile per puntare il faro su questioni simili e – data la sua costituzione come medium di massa – non ha esitato a parlare di disabilità in maniera più o meno adeguata, più o meno approfondita. Insomma ha aperto (nel bene o nel male) una sorta di dibattito. Da spettatore, fruitore onnivoro e persona con disabilità, mi piacerebbe però che ne parlasse meglio.

Don’t Worry è un film recentissimo – un biopic, per la regia di Gus Van Sant – e racconta la vicenda umana di John Callahan, disegnatore satirico con un passato da alcolista che si ritrova nella condizione di persona con disabilità in seguito a un incidente automobilistico. Debole nella seconda parte, la pellicola descrive il cammino di redenzione di un protagonista che sembra venire a patti frettolosamente con la sua nuova vita, seguendo i 12 passi del suo percorso terapeutico. Il film diviene quindi un’occasione per parlare del complesso rapporto che si crea quando la settima arte prova a parlare della disabilità. Un rapporto labile, frenetico, sfuggente e complesso.

Il fatto che il cinema parli di disabilità in maniera stereotipata può sembrare per certi versi inevitabile dal punto di vista drammaturgico, perché una narrazione cinematografica poggia per natura su archetipi. Il filo rosso che lega quasi tutti i film sulla disabilità è che sono incentrati esclusivamente sulla patologia disabilitante, sulle fatiche che essa comporta, sulla difficoltà di accettazione, relegando a un ruolo marginale, invece, il soggetto, la persona con disabilità (come ricorda la recente nomenclatura della convenzione Onu). Un rapporto difficile, insomma, tormentato e sofferto, che pare mostrare come la persona e la sua disabilità (ma anche gli ausili da essa utilizzati) siano una cosa sola, riducendo tutto a un punto di vista eccessivamente biomedico.

Elena Dell’Agnese, docente di Geografia politica, sostiene che “Nei film di guerra, per esempio, soprattutto se politicamente impegnati e pacifisti, il ricorso alla cosiddetta wheelchair’s rhetoric  – la retorica della sedia a rotelle – è quasi un luogo comune nel raccontare delle difficoltà dei militari che tornano dal fronte (Tornando a casa, 1978; Il cacciatore, 1978; Nato il 4 luglio, 1989; Forrest Gump, 1994). Nella fantascienza, il protagonista maschile, disabile a causa di un incidente, può invece riacquistare le proprie capacità (o addirittura accentuarle), grazie all’impiego di tecnologie futuristiche che lo trasformano in cyborg (Robocop, 1987; Avatar, 2009) e quindi mantenere l’atteggiamento da eroe”.  Un pregiudizio, anche visto in chiave positiva, che sembra suggerire però che il protagonista con disabilità, per raggiungere parametri conformi all’accettabilità sociale, debba gioco-forza impegnarsi in imprese eroiche.

Essendo ancora il cinema, nonostante i nuovi media, un vettore della cultura di massa, ritroverebbe lo spirito della avanguardia più pura ed eversiva se proponesse un tipo di cinematografia in cui la disabilità risultasse un contorno (non un limite) alla soggettività emotiva e psichica dei protagonisti. Proprio come avrebbe potuto fare Don’t Worry.

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