È sana e trasparente una democrazia in cui i politici passano da importanti cariche di governo direttamente al mondo degli affari, nel ruolo di consulenti? O quel sistema di porte girevoli racconta piuttosto la degenerazione dell’economia di mercato nota come capitalismo di relazione?

Ecco il singolare caso di Angelino Alfano: appena il tempo di fare le vacanza e Alfano, fino a maggio ministro degli Esteri del governo Gentiloni, si è trasferito negli uffici dello studio Bonelli Erede, a suo tempo uno snodo dei processi di privatizzazione e adesso proiettato verso un’ambiziosa espansione internazionale. Si occuperà soprattutto di Egitto e più in generale “rafforzerà il nostro presidio in Africa e nel Medio Oriente“, soprattutto “nei servizi di consulenza per Stati e Istituzioni”, afferma un comunicato dello studio, il cui titolare storico è anche storico membro del consiglio di amministrazione di Repubblica (oggi Stampa e Repubblica).

Se pensaste che questo genere di commistioni raccontino di una democrazia malata, in cui i confini tra pubblico e privato sono pericolosamente labili, come accade appunto nei capitalismi di relazione, a quanto pare vi sbagliate. Infatti in Italia non c’è capitalismo di relazione: l’hanno garantito a breve distanza Renzi, allora premier, e tre giorni fa Boccia, presidente di Confindustria. Eppure, vi domanderete, chi ci dice che l’Alfano ministro degli Esteri non fosse già, almeno negli ultimi mesi, il consulente in pectore dello studio Bonelli Erede? Come possiamo evitare il dubbio che i due ruoli si sovrapposero? Che magari, vai a saperlo, il ministro fu accomodante con il regime egiziano perché il consulente aveva bisogno di precostituirsi rapporti amichevoli? Ebbene, sono dubbi fuori luogo. Per due motivi.

1. In primo luogo la dignità delle istituzioni, e dei ruoli istituzionali, è un principio che in Italia non è riconosciuto dalla classe dirigente. Anni fa il leghista Calderoli, benché avvertito delle conseguenze, mise a rischio la vita del personale del consolato d’Italia a Bengasi presentandosi in tv con una maglietta che irrideva Maometto (nei disordini che seguirono gli italiani sfuggirono per un pelo ai pugnali dei fondamentalisti). Altrove uno così l’avrebbero sputazzato ovunque fosse apparso in pubblico. In Italia l’anno successivo fu eletto dal parlamento vicepresidente del Senato (lo votò anche il Pd).

2. Inoltre è impossibile che la repentina metamorfosi alfaniana abbiano condizionato la nostra politica estera: infatti in Egitto (e non solo in Egitto) da tempo l’Italia ha una politica degli affari, non una politica estera. Questo è un limite non solo italiano, altri grandi Paesi occidentali si concentrano su appalti e concessioni – non senza qualche personale tornaconto per taluni ambasciatori e politici – e tralasciano quanto può intralciare i flussi di denaro. L’intralcio più frequente sono le violazioni dei diritti umani. La consegna è: ignorare. Angelino si è applicato e ha ignorato, come quasi tutti i governanti italiani accorsi da al-Sisi: da ultimo Giggino, che due settimane fa al Cairo ha ripetuto le parole del capo dei torturatori egiziani (Regeni “uno di noi”) senza prenderne le distanze, come se le trovasse un legittimo punto di vista. Lo chiamano realismo ma è solo un senso degli affari applicato con le impudicizie che formeranno un’idea dell’Italia nelle nuove generazioni egiziane.

Al netto delle nostre smancerie i grandi Paesi occidentali seguono lo stesso standard. Non tutti, però. In agosto il governo canadese ha fatto quel che gli europei si vietano: unico nel mondo, ha protestato con un lucroso partner commerciale, l’Arabia saudita, per gli arresti di attiviste dei diritti umani, una delle quali ora rischia la decapitazione. Ryad ha risposto con l’espulsione dell’ambasciatore canadese e con rappresaglie commerciali, blande ma accompagnate da larvate minacce ove il governo Trudeau non presentasse le sue scuse. Lo stesso Trudeau, invece, ha ribadito le proteste del suo Paese.

Il Canada è nell’Alleanza atlantica e ha rapporti storici con l’Europa: ma nessun Paese teoricamente amico o alleato gli ha espresso pubblico sostegno. Eppure la solitudine ha i suoi risvolti positivi, fortifica nel Canada un patriottismo sano e a noi europei ricorda che nell’era di Trump e di un sovranismo che depotenzia l’Occidente a circo di nani e di ballerine, c’è ancora un Occidente. E ancora un’America: è appena a nord degli Stati Uniti. Chissà che i dollari persi dai canadesi in questa diatriba non si rivelino, alla fine, un buon investimento.