A ribadire, laddove ce ne fosse bisogno, la popolarità trasversale di Roger Waters, eccomi incappare recentemente nell’ennesimo meme che lo presentava come “Ruggero Bagni (Acque, sarebbe stato meglio)” muratore caduto anch’egli vittima della Riforma Fornero.

Settantacinque anni oggi – mente dei Pink Floyd di cui prese le redini dopo l’abbandono del fondatore Syd Barrett – Waters ebbe il merito di incanalare la musica del gruppo all’interno di una poetica sì visionaria ma ben strutturata, abbandonando definitivamente le reminiscenze beat della band in favore di un incubo critico ma tendente alla speranza.

Il sogno di una rinascita mondiale, ancor prima che europea, sulle ceneri del Secondo conflitto mondiale e il timore di un eventuale Terzo conflitto (stavolta atomico) hanno segnato la storia dell’uomo ancor prima che del musicista: suo padre Eric Fletcher morì infatti a seguito dello sbarco di Anzio il 18 febbraio 1944 e a lui, oltre al capolavoro The Wall, è dedicato anche il successivo The Final Cut. Taglio ultimo, letteralmente parlando, di una carriera vissuta fino a quel momento a capo di un’orchestra ridotta (quasi) alle sue dipendenze, con il chitarrista David Gilmour trattato alla stregua di un illustre turnista e il tastierista Richard Wright fatto direttamente fuori per via dei suoi più che legittimi malumori.

Naufragata in tribunale la battaglia con gli ormai ex compagni di musica, Waters intraprende nel 1984 con l’album The Pros And Cons Of Hitch Hiking la carriera solista. Dopo che, già nel 1970, aveva lavorato alla colonna sonora del film The Body con quella che a tutti gli effetti sarebbe da considerarsi la sua prima sortita fuori dai Pink Floyd (Music From The Body). Seguiranno Radio K.A.O.S. (1987), Amused To Death (1992), Ca Ira (2005) e l’ultimo – per ora – Is This The Life We Really Want? (2017).

Come per il già citato Gilmour, anche Waters non ha comprensibilmente ripetuto, spaiato, quanto fatto nei decenni precedenti: contraddistinguendosi comunque, per il pensiero e il messaggio sempre originali, in tempi in cui la musica (per colpa o merito dello streaming) è pensata per essere ascoltata da un cellulare. Non ultima la decisione, sofferta, di non esibirsi in Israele perché i palestinesi – fa notare – “sono trattati come gli ebrei nella Germania nazista”: scelta, questa, che non ha mancato di attirare lui le critiche di altri grandi del mondo della musica rock (Neil Young, Bon Jovi, Radiohead, Nick Cave), al netto di una coerenza – la sua – a dir poco invidiabile.

Antipatico, sì, geniale, come pochi, Roger Waters è il monito da cui non dovremmo mai prescindere: un po’ come Batman, è l’artista che meritiamo ma non quello di cui abbiamo bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia, perché lui (a differenza di altri) può sopportarlo. Perché lui non è un eroe (e neanche un semplice musicista allora): è un guardiano silenzioso.