La Cina alla conquista dell’Africa con prestiti per 60 miliardi di dollari. E la cancellazione del debito per i paesi più poveri che non riescono a ripagarlo. Xi Jinping ha accolto con questo piano i leader africani riuniti a Pechino per il Forum on China-Africa Cooperation, vertice con cadenza triennale mirato a rinsaldare gli interessi cinesi nel continente. Interessi che confermano Pechino primo e incontrastato partner dell’Africa, tanto che a più riprese nel corso degli anni è stato tacciato dall’opinione pubblica occidentale di “neocolonialismo”. Tutte accuse respinte dai due partner.

I 60 miliardi di finanziamenti di oggi corrispondono alla stessa cifra offerta nel 2015 da Pechino, che ha già finanziato con miliardi di dollari i Paesi dell’Asia e dell’Africa per strade, ferrovie, porti e altri importanti progetti infrastrutturali. Ma non solo, perché la “generosità” cinese comprende anche il versante della sicurezza, a cui Pechino contribuirà – oltre che con l’istituzione di un fondo dedicato – fornendo all’Unione africana assistenza militare gratuita, a rimarcare l’importanza geostrategica della regione in cui il Dragone ha già piazzato la sua prima base militare oltreconfine. Lo scopo di Pechino è quello di migliorare l’accesso cinese ai mercati e alle risorse estere e a rafforzare l’influenza di Pechino all’estero. I 60 miliardi di Xi finanzieranno otto iniziative nei prossimi tre anni, in settori che vanno dalla promozione industriale, alla costruzione di infrastrutture e alle borse di studio per giovani africani.

Dove verranno investiti i fondi – Eguaglia per importo quanto promesso tre anni fa e consiste nello specifico in 15 miliardi di aiuti, prestiti senza interessi e prestiti agevolati, una linea di credito di 20 miliardi, un fondo speciale da 10 miliardi per lo sviluppo Cina-Africa e un fondo speciale da 5 miliardi per l’import africano (tra il 2009 e il 2015 la seconda economia mondiale ha più che raddoppiato le sue esportazioni verso il continente facendo lievitare il surplus commerciale). A ciò si aggiunge l’impegno a investire non meno di 10 miliardi di dollari prima del prossimo vertice. Parte dei fondi andranno a oliare 50 progetti nel settore ambientale e dello sviluppo sostenibile, con focus particolare sui dossier della desertificazione, dei cambiamenti climatici e della tutela della fauna selvatica, un punto in passato messo a dura prova dalla passione della classe media cinese per l’avorio.

Il neocolonialismo cinese – A giudicare dai numeri le incognite e i problemi finanziari innescati dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti non sembrano aver intimidito l’attivismo del gigante asiatico nel continente. Quest’anno più che mai il forum ricopre due scopi primari: riaffermare l’impegno economico cinese con una nuova erogazione del credito (la promessa per i precedenti 60 miliardi di dollari “è stata onorata”, ha sottolineato Xi) e respingere le critiche che offuscano il progetto Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) la cintura economica tra Eurasia e Africa (con recente ampliamento al Sudamerica) additata all’estero come una nuova forma di colonialismo “con caratteristiche cinesi”. Quando si parla di Belt and Road, il termine “trappola del debito” è ormai di uso corrente sulla stampa anglofona.

Gli investimenti nelle infrastrutture – La Cina è in assoluto il partner più attivo nel settore infrastrutturale africano, con una spesa che supera quella di Asian Development Bank, Commissione europea, Banca europea per gli investimenti, International Finance Corporation, Banca mondiale e il G8 messi insieme. Stando alla China-Africa Research Initiative (CARI), dal 2000 al 2016, la Cina ha prestato circa 125 miliardi di dollari al continente per progetti infrastrutturali e di sviluppo. Complici i tassi più bassi e a lungo termine rispetto a quelli offerti dagli istituti internazionali multilaterali.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il 40% dei paesi a basso reddito della regione sono in difficoltà o hanno un’esposizione debitoria ad alto rischio, una condizione inasprita dall’andamento altalenante dei prezzi delle materie prime. Oggi, stando al Cari, il credito cinese è la principale fonte di instabilità finanziaria nella Repubblica del Congo, Gibuti e Zambia. Ma non tutti concordano. Fino al 2015 drasticamente pessimista sulla dipendenza del continente dal portafoglio di Pechino, il China Africa Research Initiative della Johns Hopkins School pochi giorni fa ha rivisto le proprie proiezioni smentendo “che i prestiti cinesi siano attualmente un importante contributo all’emergenza del debito in Africa”. Stando alla Reuters, Angola e Congo hanno già raggiunto un accordo per la ristrutturazione delle loro passività, mentre Zambia ed Etiopia sono in procinto di avviare trattative.

Stabilizzare le relazioni bilaterali è anche nell’interesse del gigante asiatico. Negli ultimi tempi, gli investimenti cinesi in Etiopia (compresa un’estensione settentrionale della sbandierata ferrovia Addis Ababa-Gibuti) hanno registrato una brusca battuta d’arresto a causa della scarsa sostenibilità economica. E Xi Jinping lo sa bene. “I fondi cinesi in Africa non sono destinati a progetti di vanità”, ha chiarito questa mattina il leader aggiungendo che “le infrastrutture inadeguate sono ritenute il più grande ostacolo allo sviluppo dell’Africa”, ma che i capitali cinesi verranno direzionati solo “dove serve”, affinché la popolazione locale sia in grado di ottenere “frutti tangibili”.

La “diplomazia dei dollari” – Con l’intento di replicare il successo di Shenzhen, laboratorio per il capitalismo di Stato, la Cina sta esportando il proprio modello di sviluppo in Africa con l’apertura di zone economiche speciali potenzialmente in grado di elevare il continente da fornitore di commodites a esportatore di prodotti industriali, secondo la traiettoria ascendente seguita dalla Repubblica popolare nelle ultime quattro decadi. “I media occidentali ritraggono deliberatamente gli africani in miseria a causa della collaborazione con la Cina e sembrano scoprire grandi notizie quando nei media locali trovano occasionali lamentele sulla cooperazione sino-africana”, accusa il quotidiano Global Times. Proprio in tempi recenti la “diplomazia dei dollari” sfoderata dal Dragone nel continente è tornata sotto i riflettori internazionali dopo la defezione del penultimo alleato africano di Taiwan, l’isola democratica considerata da Pechino una provincia ribelle da riannettere ai propri territori. Lo scorso maggio il Burkina Faso è passato nell’orbita cinese, lasciando a Taipei un solo partner nel continente: la piccola monarchia dello eSwatini, l’unica nazione africana ad aver snobbato il Forum on China-Africa Cooperation.