di Carblogger

Era il 16 settembre del 2008, la sera non staccavamo gli occhi dalla tv per rivedere per l’ennesima volta (come al Var) una cosa mai vista prima. Gruppi di dipendenti della Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari americane e del mondo, uscivano dal loro ufficio a Wall Street – molti in t-shirt – stringendo al petto scatoloni di cartone con le proprie cose. A casa, senza lavoro. Il giorno precedente, Lehman Brothers era fallita, inizio ufficiale della grande crisi partita dai mutui subprime che poi contagiò il mondo facendo morti e feriti ovunque.

Ricordo che già a marzo un collega dell’economico che si firmava per alcuni articoli con lo pseudonimo di Galapagos, ci avvertiva trafelato: “Vanno male, vanno male Fannie Mae e Freddie Mac“, le due finanziarie che garantivano più della metà dei mutui americani, “qui salta tutto!”.

Lehman Brothers anticipò di qualche mese il fallimento dell’automobile di Detroit, con Gm in bancarotta pilotata e Chrysler gettata nella braccia della Fiat di Marchionne. Il quale mise in piedi l’operazione di acquisizione suggellata da Obama mentre la grande crisi tagliava le gambe al suo piano di rilancio della Fiat, basato innanzitutto su un aumento delle vendite.

Nel resto dell’auto in Europa, il messaggio di Lehman Brothers venne tradotto così: il governo francese concesse aiuti a Psa e Renault per complessivi 6 miliardi di euro, il governo tedesco finanziò le società che facevano credito agli acquirenti di automobili, il governo svedese pensò con 2,5 miliardi di euro a Volvo e Saab. “Non possiamo accettare che la concorrenza venga falsata in questo modo”, protestò Sergio Marchionne, ma il governo italiano fece finta di non sentire, né a Roma né a Bruxelles.

Dieci anni dopo gli scatoloni dei dipendenti di Lehman Brothers, l’economia americana è solida e a Wall Street i profitti delle banche d’affari sono tornati a volare senza troppe regole. È un’America tristemente protezionista quella che la sera va in tv.

Trump minaccia dazi per tutti e all’industria dell’auto europea promette il 25% per ogni macchina importata negli Usa dal Vecchio Continente. Marchionne non c’è più e nemmeno i marchi Fiat e Chrysler se la passano bene, Gm e Ford vanno senza brillare in borsa, termometro da tenere sott’occhio in un Paese ossessionato dalle trimestrali.

Nel 2018 la Germania pare che registrerà – dice l’Ifo, l’Istituto per la ricerca economica di Monaco di Baviera – il più alto avanzo commerciale del mondo, con le esportazioni superiori alle importazioni per una cifra pari a 299 miliardi di euro. L’auto tedesca tira la volata. “Bad, very bad”, ha già gridato Trump in faccia ad Angela Merkel. 

Ma che autunno sarà, dieci anni dopo quegli scatoloni in tv?

@carblogger_it