“L’Italia ha impegni europei e vanno rispettati“. E “il governo ha già una intesa sui confini di bilancio da rispettare. Entro fine settembre quegli impegni diventeranno fatti”. Va ricordato, però, che “la stabilità dei conti dipende dal rapporto con i mercati finanziari”. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, intervistato da Repubblica, ribadisce che nonostante le dichiarazioni bellicose dell’area leghista il governo pentastellato non intende andare allo scontro con Bruxelles per la legge di Bilancio attesa entro metà ottobre. In ogni caso il problema non sono tanto le (improbabili) sanzioni della Ue. Il giudizio che conta di più, per la finanza pubblica, è inevitabilmente quello degli investitori che finanziano il nostro debito.

Escluso dunque non solo lo sforamento del tetto del 3% al deficit/pil, ma pure un eccessivo avvicinamento a quella soglia, visto che il precedente governo si era impegnato a ridurre nel 2019 l’indebitamento netto allo 0,8% del prodotto interno lordo. E più si lascia correre il deficit, più si gonfia il debito pubblico, vera zavorra della crescita e tallone d’Achille della Penisola. Bisogna peraltro tener conto, ammette Tria al di là dell’ostentato ottimismo – “nel corso del prossimo mese le perturbazioni scompariranno”, “lo spread si sgonfierà” – che “subiremo come gli altri il contraccolpo” dell‘esaurimento graduale del quantitative easing della Bcedi cui la Penisola ha beneficiato più di altri Paesi, e “con la differenza che da noi la crescita è meno forte“.

“L’Italia non è fragile, non è il malato d’Europa”, è la premessa del titolare del Tesoro. “Il nostro non è per nulla il Paese della finanza allegra. Ha contribuito ai programmi di sostegno a Grecia, Spagna e Irlanda, senza mai aver richiesto a sua volta alcun tipo di sostegno”. Ha beneficiato però, come gli altri, dell’intervento straordinario dell’Eurotower che ora si avvia a conclusione. “Non era un supporto al debito italiano, ma alle dinamiche di trasmissione monetaria dell’area euro”, sottolinea tuttavia il ministro, “e l’acquisto di titoli ha riguardato in modo proporzionale tutti i Paesi”. Ciò non toglie che la fine del “bazooka” costerà particolarmente cara all’Italia in termini di aumento dei rendimenti, almeno nel lungo periodo. 

“Le riforme – rassicura comunque Tria dopo i timori sull’aumento dello spread e il giudizio di Fitch che ha rivisto al ribasso l’outlook sul rating italiano – verranno realizzate nell’ambito dell’equilibrio dei conti e quando questo impegno diventerà un fatto con il Def lo spread si sgonfierà”. “A nome del governo ho un dialogo tranquillo e continuo con la Commissione di Bruxelles”, aggiunge l’economista. Ma “il problema non sono i ‘sì’ o i ‘no’ di Bruxelles. Certo, l’Italia ha impegni europei e vanno rispettati, ma la stabilità dei conti dipende dal rapporto con i mercati finanziari”.

Sullo sfondo restano le dichiarazioni di area leghista secondo cui si può sforare il tetto del 3 per cento. Solo sabato Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, intervistato dal direttore del fattoquotidiano.it Peter Gomez ha ribadito che “se necessario per mettere in sicurezza il Paese” si farà. E domenica Massimo Garavaglia, viceministro leghista all’Economia, in una intervista al Quotidiano nazionale sostiene che “occorre derogare al limite imposto dalla Ue, per favorire le spese in infrastrutture. Più che il debito pubblico il nostro problema è la bassa crescita”, aggiunge l’esponente del Carroccio. “Noi vogliamo cambiare la politica economica del passato che ci ha portato in questa situazione e far crescere il Pil più del debito. A quel punto lo scenario evocato da Fitch non esisterebbe più. Sarà un autunno caldo, ma ce la faremo”.