La sera del 16 agosto, al DeeJay On Stage di Riccione, Giusy Ferreri, Boomdabash e Street Clerks hanno letteralmente massacrato alcune canzoni di Aretha Franklin. Fatico, a mia memoria, a ricordare qualcosa di peggiore. Oltretutto trovo che lo scempio di brani storici di una delle più belle voci che il genere umano abbia mai prodotto, a due giorni dalla sua morte, sia un atto fastidioso. E allora, la bellezza forse ci salverà, certo, ma non basta; servirebbe anche la capacità di saper riconoscere il brutto, l’orrido, il miserrimo.

È diventato virale, nelle ultime ore, un video dell’insegnante di canto Cheryl Porter, la quale indignata dice che gli esecutori del tributo dovrebbero chiedere scusa. Non riesco a darle torto.

Secondo me il gesto visto sul palco di Riccione, la performance oltremodo goffa della Ferreri, risponde a una sciagura prettamente italiana: quella che porta a pensare di poter far tutto solo perché hai avuto successo. Hai quasi trecentomila “mi piace” sulla tua pagina Facebook, sei su tutte le radio con una tua canzone e allora pensi che non ci sia cosa che tu non possa fare.

Ma “successo è solo accaduto/ è un participio passato” canta Niccolò Fabi in una sua canzone, e non bisognerebbe mai dimenticarselo. A rendere raccapricciante l’esibizione non è stato tanto il testo in mano con il foglio, la mancanza di tecnica adeguata o gli sbagli delle parole delle canzoni. Il fatto è che Giusy Ferreri ha una voce iconica, estremamente riconoscibile ma “alterata”, usata in maniera evidentemente inautentica – per capirci: con quella sorta di oliva ansiogena che sembra avere in gola –, perché serve un certo modo di concepire la musica, l’aspetto mercantile discografico. E va benissimo così, se non altro perché riesce nel proprio intento. Non è per caso che si arriva a stare per quaranta settimane al primo posto in classifica.

Ma la popular music è fatta anche di necessità autentica che faccia arrivare in maniera orizzontale il proprio vissuto, che si sublima in arte eccelsa quando quel vissuto rappresenta quello di una generazione, di una comunità o addirittura di un popolo intero. Questo secondo, è stato il caso di Aretha Franklin, la regina del soul. Ed è un caso diametralmente opposto a quello della Ferreri.

Per cui, si può anche credere alla buona fede di Giusy Ferreri. Ma ci sono cose che nella vita non vanno fatte. E, in questo caso, il successo non fa altro che amplificare la responsabilità e minare persino la buona fede. È un atto che non si paga con l’arresto, per carità. Ma non si fa per diversi motivi: pudore, rispetto, adeguata commemorazione. Questo è uno di quei casi in cui il non aver taciuto è stata un’occasione persa.

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