La processione inizia su via Walter Fillak, dove i vigili smistano il traffico. Svoltano tutti a destra su via Borsieri, passano sotto la ferrovia e arrivano sull’argine del Polcevera. Genova sfila in silenzio verso il torrente che negli anni ha procurato spaventi e danni pesanti a causa delle esondazioni. Ma questa volta non c’entra: lo sguardo si alza arrivati in via Perlasca, fino a martedì mattina sovrastata dalla sagoma del ponte Morandi. È venuto giù alle 11.50 sotto una pioggia incessante ammazzando almeno 26 persone, tra i quali un bambino di 10 anni.

Un collasso strutturale, l’ipotesi più probabile. “Prima o poi doveva accadere”, dicono a mezza voce in tanti mentre alle sei del pomeriggio le sirene delle volanti continuano ad aprire la strada ai mezzi di soccorso. Perché quel viadotto dell’A10, inaugurato nel 1967, taglia in due la città e lo conoscono tutti. “Da quando guido, e sono 30 anni, è sempre stato in manutenzione”, spiega Antonello che a Sampierdarena ci è nato e ci ha sempre vissuto. E da martedì e per chissà quanti mesi, se non anni, dice, “la città rimarrà spezzata in due” ora che l’unica arteria ad alta velocità è un scheletro di cemento armato che corre verso il vuoto.

Un’apprensione diffusa, che valica i confini di Genova perché il Morandi era lo snodo di tutto il traffico pesante che dal porto corre verso Nord da un lato e in direzione FranciaSpagna dall’altro. E se il sindaco Marco Bucci rigetta l’idea di una città in ginocchio, nei capannelli la tragedia diventa esigenza quotidiana. “Mia moglie – dice Abdel, seduto al tavolino di uno dei pochi bar aperti – è bloccata da ore. Ma questa situazione non finirà oggi, chissà per quanto tempo dovremo sopportare i disagi”. Perché il viadotto sul Polcevera era anche il principale asse autostradale tra Voltri, l’aeroporto e le aree di Ponente. Un crocevia anche economico, anche se Bucci confida che Genova saprà reagire “continuando il suo percorso di crescita“.

Ora che è venuto giù sembrano saperlo tutti, che sarebbe accaduto. E accusano i ritardi nei lavori per la Gronda, la galleria della quale si discute dal 1984 che doveva “aiutare” a decongestionare il traffico di tir che corre dal porto verso Milano alleggerendo il carico di quei 100 metri che si sono sbriciolati inghiottendo decine di auto e tre camion. Un volo di oltre 50 metri nel nulla prima di atterrare sul greto del Polcevera, al quale c’è chi è sopravvissuto e si ritiene un miracolato.

“Uno senario post sisma”, lo definiscono i vigili del fuoco al lavoro fino a notte tra le macerie in oltre 300 con 92 mezzi, arrivati da tutto il Nord, sotto quel moncherino di ponte dove è rimasto quasi in bilico un camion a non più di 3 metri dal punto in cui l’opera progettata dall’ingegnere Riccardo Morandi si è scollata dalle altre campate. Con il rischio, certificato dalle autorità, che possa venire giù anche quel che è rimasto.

“Che non era una delle strutture più resistenti, lo si sapeva. Lo avevamo letto diverse volte sui giornali, da diversi esperti”, ripete più volte Riccardo puntando il dito contro i “no” che “da vent’anni rallentano la Gronda”. Un argomento diventato anche battaglia politica, con il ministro Danilo Toninelli che punta l’indice contro Società Autostrade per “scarse manutenzioni ordinarie”, ma anche con le accuse ai No Gronda (ospitati da M5s sul sito ufficiale) per la “favoletta del ponte che crolla” messa nera su bianco negli scorsi anni.

Eppure il crollo, secondo il direttore del Tronco di Genova di Autostrade, Stefano Marigliani, è “qualcosa di inaspettato e imprevisto rispetto all’attività di monitoraggio che veniva fatta”. Nulla, insomma, lasciava presagire ai gestori del tratto la tragedia. I controlli – che tutti gli abitanti della zona avevano notato, “ogni notte, da anni” – non avevano fatto emergere “nulla che lo facesse presagire”.

Perché allora il Morandi sia collassato lo accerteranno i magistrati della Procura di Genova, guidata da Francesco Cozzi, che al momento indagano contro ignoti per omicidio colposo plurimo e disastro colposo. E mentre il premier Conte parla di “tragedia inconcepibile in un Paese moderno”, Genova sfila in silenzio davanti a quel viadotto ribattezzato il “Ponte di Brooklyn” per via delle avveniristiche campate, senza accorgersi – come sostiene da anni l’ingegnere Antonio Brencich, professore associato di Costruzioni in cemento armato all’università di Genova – che era un “fallimento dell’ingegneria” più che un “capolavoro”.

“Tanto in Italia si arriva sempre con il senno di poi”, commenta Maria che non si dà pace per “quei poveretti rimasti lì sotto”. Mentre Marco, 38 anni da ferroviere alle spalle, si appoggia sul guardrail di via Perlasca e guarda verso il Morandi sospirando: “Ci sono passato l’ultima volta stamattina alle 7”. E indica gli altri ponti che tagliano il torrente: “E ora chi si fida a passarci?”.

Al senso di sfiducia che serpeggia tra coloro che arrivano in via Perlasca rivolgendo il naso all’insù risponde indirettamente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando chiede un “esame severo del crollo” ricordando come “gli italiani hanno diritto a infrastrutture moderne ed efficienti che accompagnino con sicurezza la vita di tutti i giorni”. Che appare così lontana in questa vigilia di Ferragosto lungo l’argine del Polcevera, dove i genovesi sfilano in un silenzio rispettoso, rotto solo da sirene ed elicotteri, perché su quel ponte che non c’è più, alle 11.50 del 14 agosto, avrebbero potuto esserci proprio loro.