Con la sua inconfondibile prosa, annunciò: “Il destino si volge. Si volge verso noi con una certezza di ferro”. Ricorrono oggi cent’anni esatti dal Volo su Vienna di Gabriele D’Annunzio, la più grande prodezza dello scrittore e bon vivant pescarese dopo “la beffa di Buccari” e prima di quella di Fiume. E l’Italia lo celebra, da Padova a Roma, passando per Casale Monferrato. A Gardone Riviera, in quel “Vittoriale degli Italiani” dove il Vate trascorse l’ultima parte della sua vita, l’alzabandiera alla presenza di militari in alta uniforme e divise storiche, per proseguire poi con il sorvolo di tre aerei d’epoca che lanceranno volantini. A Pescara invece l’associazione Fly Story ha deciso di rispettare filologicamente l’anniversario: partiranno undici velivoli verso la capitale austriaca, tutti conformi alla tecnologia di un secolo fa.

“Viennesi! Imparate a conoscere gli italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne” aggiunse l’aviatore-poeta. Il personaggio era e resta controverso, il suo elogio forsennato della guerra suona antistorico e molti studiosi hanno individuato in lui una sorta di precursore del fascismo, un Mussolini ante litteram. Un fatto però è certo: al “poeta soldato” non mancava il coraggio e un senso innato dello show. Anzi, possiamo dire che la politica moderna dello spettacolo l’ha inventata lui. È stato il primo divo della società letteraria e della civiltà nascente dell’immagine. Ma a differenza di un Renzi, non aveva certo avuto bisogno di acquistare un immane “Airbus force” con comfort da nababbi, nonostante D’Annunzio non disdegnasse affatto i lussi e le gioie della vita. Il brevetto da aviatore l’aveva preso lui stesso, gli era già costato la perdita di un occhio eppure quel mattino si mise al comando delle operazioni di volo in prima persona, su un periglioso biplano del tempo, accompagnato dal fido copilota Nante Palli.

Al “Folle Volo” aveva cominciato a pensare già prima della disfatta di Caporetto. E quel progetto diventò realtà a pochi mesi dalla fine delle ostilità. Alle cinque e mezzo di quel mattino del 9 agosto del 1918, dal campo base di San Pelagio (Padova) decollarono diversi Ansaldo S.V.A. 5 dell’87esima Squadriglia Aeroplani (la “Serenissima”). Dopo quasi quattro ore, sette aerei raggiunsero l’allora capitale asburgica sganciando da 800 metri di altezza ben 400mila volantini, 20 chili di manifestini, di cui 50mila scritti di pugno dall’ex amante di Eleonora Duse e chissà quante altre. Gli altri li aveva redatti Ugo Ojetti, un celeberrimo giornalista e aforista dell’epoca.

All’ora di pranzo la squadriglia era tornata in Italia: in tutto sette ore di volo e più di mille chilometri percorsi, di cui ottocento e rotti in territorio nemico a prima guerra mondiale ancora in corso. “Non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo” c’era scritto inoltre nei volantini. Il gesto, puramente dimostrativo, lasciò il segno e c’è chi sostenne che avesse rialzato il morale dei nostri soldati. In tanti proposero di incoronare D’Annunzio in Campidoglio. Ma lui, avido di blasoni e perennemente in bolletta, rifiutò.