Tensioni, scontri verbali e attacchi incrociati tra maggioranza M5s-Lega e opposizioni (Pd, Fi e LeU su tutti) durante il voto finale alla Camera del decreto Dignità, primo vero provvedimento dell’esecutivo gialloverde. Alla fine, dopo quattro giorni a Montecitorio, tra discussione generale ed esame degli emendamenti, l’esecutivo incassa l’approvazione del decreto, passato con 312 favorevoli e 190 contrari.
Non è bastato il mancato voto di fiducia per placare le polemiche in Aula. Perché se LeU ha ricordato le “promesse tradite” dal M5s sul ripristino dell’articolo 18, rispetto a quanto rivendicato dai pentastellati in campagna elettorale, e attaccato sui voucher, dal Pd è stato il segretario Maurizio Martina ad affondare. “Altro che Waterloo del precariato, questa è la Caporetto della vostra propaganda”. Gelida pure Forza Italia, con Maria Stella Gelmini: “Decreto va contro le piccole e medie imprese, tratta imprenditori come imputati”.
Ma a blindare i numeri del provvedimento ci ha pensato la maggioranza gialloverde (più il supporto del Maie): “Abbiamo migliorato un provvedimento che ha lo scopo di contrastare il precariato e ridare tutele ai lavoratori più deboli, ad esempio con l’aumento degli indennizzi per i licenziamenti ingiusti”, ha rivendicato Riccardo Molinari, capogruppo leghista a Montecitorio, attaccando il Pd e ricevendo pure applausi scroscianti dai deputati pentastellati in molti passaggi dell’intervento.
In casa 5 Stelle, invece, è stata Tiziana Ciprini a rispedire al mittente le accuse: “Non accettiamo lezioni sull’articolo 18 da chi ha abolito questi diritti quando era in maggioranza”. Alla fine, c’è soltanto spazio per l’esultanza e gli abbracci tra i banchi del M5s e della Lega, con l’approvazione del provvedimento. Con Di Maio andato personalmente a ringraziare Molinari e i deputati leghisti. Ora il decreto passa al Senato, per l’approvazione definitiva, tra il 6 e il 10 agosto, prima della pausa estiva.