Mentre Alberto Barbera presentava alla stampa la line up del Festival di Venezia 2018, nelle caselle di posta degli addetti ai lavori è arrivata la mail di Netflix. “Netflix alla 75esima Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia”. Sei titoli sei, tra Concorso, Fuori Concorso e Orizzonti. E già questa sarebbe una notizia. Visto che al Festival di Cannes 2018 Netflix non ci era nemmeno andata. Anzi, ha proprio ritirato le cinque anteprime mondiali che doveva presentare sulla Croisette. Perché altrimenti i distributori ed esercenti francesi, senza nemmeno l’aiuto di Alexandre Benalla, avrebbero gonfiato di botte Thierry Fremaux. A Cannes i film che non escono in sala, o che non escono prima in sala poi in streaming o dove cavolo vogliono loro, non ci vanno. Ecco allora che la battaglia di Cannes contro Netflix, già iniziata nel 2017 quando il presidente di giuria, Pedro Almodovar espresse il suo fastidio nel dover ipoteticamente premiare film che non si sarebbero poi visti in sala (i due titoli in Concorso targati Netflix, Okja e The Meyerowitz Stories), è diventata campale. E se là cinque titoli erano stati ritirati, al Festival di Venezia 2018, Netflix di film, e che film, almeno sulla carta, ne ha portati sei.

Barbera ha atteso seduto sulla riva del fiume per vedere passare il cadavere. “Un festival, oggi, non può chiudere gli occhi di fronte a realtà produttive e distributive che sono e diverranno sempre più importanti: fanno parte del nostro mondo e vanno prese in considerazione”, ha spiegato il direttore del festival lagunare. Poi ha aggiunto anticipando lo srotolamento del red carpet dal 29 agosto al 25 luglio a mister Sarandos: “Non si può negare che sono questi nuovi attori a produrre spesso i film di grandi registi che altrimenti non troverebbero finanziamenti. Se poi gli stessi autori sono d’accordo con i piani di distribuzione delle loro opere, chi siamo noi per metterci di traverso? Questo non vuol dire certo che la proiezione in sala non sia qualcosa da tutelare e proteggere”.

Così di fianco a titoli delle major in anteprima mondiale come È nata una stella (Warner Bros) e First man (Universal), si sono affiancati i film Netflix: 22 July di Paul Greengrass (Concorso); Roma di Alfonso Cuaron (Concorso); The Ballad of Buster Scruggs di Joel e Ethan Coen (Concorso); Sulla mia pelle di Alessio Cremonini (Orizzonti); The Other Side of the Wind e They’ll love me when I’m dead, il dittico targato Orson Welles, finito escluso da Cannes con notevoli malumori degli eredi del regista di Quarto Potere. E come se non bastasse a Venezia 2018 la porta alle nuove tipologie di produzione/distribuzione è stata non aperta ma letteralmente spalancata per far passare Amazon Studios che porta, sempre in Concorso, Suspiria di Luca Guadagnino e Peterloo di Mike Leigh. Per non farsi mancare la ciliegina sulla torta, Barbera ha infine voluto mantenere aperto anche il canale con le serie tv e in primis con HBO, grazie al quale arrivò The Young Pope in anteprima veneziana nel 2016, e che quest’anno offre la “riduzione cinematografica” de L’amica geniale di Elena Ferrante con la regia di Saverio Costanzo. Insomma le cosiddette sinergie con le società di produzione e distribuzione di video on demand via internet, per il Festival di Venezia appaiono come una naturale propaggine del discorso cinematografico novecentesco. Storicamente prima in sala poi in tv (o pc) a casa (o in ufficio). Chi crede all’assunto può mettere il dito sotto la mano di Barbera. Chi è dubbioso può anche rifiutare la svolta veneziana. Di una cosa siamo però certi: la Cannes “decadence” è molto probabilmente iniziata ieri. Mentre la decadenza del concetto esclusivo delle sale cinematografiche come unico spazio comune dove condividere la visione di un film è iniziata da un pezzo.