“Una provocazione per l’intellegenza umana” disse della Sindone, una delle reliquie più venerate dai cristiani, papa Giovanni Paolo II ed è per questo che gli scienziati tentano da anni di svelare l’enigma del lenzuolo che è considerato il sudario di Gesù Cristo. L’ultima ricerca sostiene che almeno la metà delle macchie di sangue sarebbe falsa: solo alcune sarebbero compatibili con la posizione di un uomo crocifisso, ma altre non trovano giustificazione in nessuna posizione del corpo, né sulla croce né nel sepolcro. I dati sono stati pubblicati sul Journal of Forensic Sciences e basati su un esperimento che, con le tecniche di medicina forense, ha ricostruito la formazione delle macchie. Condotto da Matteo Borrini, dell’università di Liverpool, e Luigi Garlaschelli, del Cicap, è un test che mette a dura prova la storia ufficiale del lenzuolo. Solo tre anni fa l’arcivesco di Torino, Cesare Nosiglia, ricordava invece che in uno studio dell’Enea “molto approfondito con le tecniche di indagine più moderne e sofisticate fatto dall’Enea si afferma che la Sindone non può essere un falso medievale“. In un articolo che pubblicava il settimanale cattolico Il nostro tempo monsignor Nosiglia scriveva: “L’Enea inoltre riconosce che quella immagine non è dipinta, non è stampata, non è ottenuta tramite riscaldamento e che non si riesce in alcun modo in laboratorio a ripeterne i tratti che presenta”, prosegue monsignor Nosiglia, che della Sindone è il custode pontificio.

Poco meno di un anno fa la scoperta di una sostanza spia della degradazione di sangue e fibre muscolari nel lino della Sindone, l’identificazione di un’altra sostanza, anche questa legata alla degradazione del sangue, aveva avvalorato l’ipotesi che nella tela conservata a Torino è stato avvolto un uomo che era stato torturato. Il risultato, pubblicato sulla rivista Applied Spectroscopy, era nato dalla collaborazione tra Giulio Fanti, del dipartimento di Ingegneria industriale dell’università di Padova, e Jean-Pierre Laude, dell’azienda francese Horiba Jobin-Yvon, specializzata in tecniche di analisi. La sostanza, chiamata biliverdina, era stata identificata tra le fibre del lenzuolo grazie alla tecnica della spettroscopia Raman, che riconosce la struttura delle molecole, come fosse una sorta di impronta digitale. La biliverdina viene prodotta dalla degradazione dell’eme, un componente di proteine di sangue e muscoli. Un risultato che si aggiungeva a quello pubblicato sulla rivista Plos One, frutto della collaborazione fra università di Padova e Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), che aveva riconosciuta la presenza di un componente del sangue come la creatinina e di una proteina presente in molti tessuti, come la ferritina. I due risultati indicavano che l’uomo avvolto nella sindone aveva affrontato una morte crudele, ha rilevato Fanti. “Infatti – ha spiegato – un trauma produce la biliverdina come degradazione dell’emoglobina nel sangue e la creatinina con ferritina risulta dalla degradazione delle fibre muscolari”. Secondo il ricercatore “questi risultati rappresentano un importante passo in avanti negli studi sull’autenticità della Sindone perché, mentre è confermato il fatto che essa realmente ha avvolto un uomo torturato a morte, è molto improbabile che un artista, forse nei secoli passati, sia stato in grado di aggiungere tutti questi dettagli alla sua opera d’arte“.

“Non abbiamo analizzato la sostanza che ha formato le macchie, ma abbiamo voluto verificare come potrebbero essersi formate sulla figura della Sindone” ha detto all’Ansa Borrini. Per farlo è stata simulata la crocifissione su uno degli autori, Garlaschelli, utilizzando sangue sia vero sia artificiale. “Abbiamo simulato la crocifissione con croci di forma diversa, di diversi tipi di legno e con posizioni differenti del corpo, per esempio con le braccia orizzontali, fino a verticali sulla testa”, ha rilevato Borrini. Grazie a queste prove, proprio come si fa per ricostruire le tracce di sangue presenti sulla scena di un crimine, è stato ricostruito il modo in cui si sono formate le macchie di sangue su polsi, avambracci, quelle dovute alla ferita da lancia sul petto e le macchie di sangue intorno alla vita, presenti sulla figura del lenzuolo che la tradizione cristiana ritiene sia il sudario che ha avvolto Gesù Cristo. È emerso che la macchia sul torace è compatibile con la posizione di un uomo crocifisso, così come “le macchie sugli avambracci, le quali indicano che le braccia erano estese verso l’alto, in una posizione superiore a 45 gradi”. Invece le macchie su polsi e regione lombare “non trovano giustificazione con nessuna posizione del corpo, né sulla croce né nel sepolcro”.

In particolare gli esperimenti indicano che è “totalmente irrealistica” la macchia che forma una cintura nella regione lombare, dovuta all’eventuale sangue fuoriuscito dopo la morte dalla ferita al costato, quando il corpo era sdraiato nel sepolcro e avvolto nel telo. “Le nostre prove su un manichino – ha spiegato il ricercatore – hanno mostrato che in questo caso il sangue non arriverebbe nella regione delle reni, ma si accumulerebbe nella regione della scapola”. Per i ricercatori, questa macchia “somiglia a un segno fatto in modo artificiale, con un pennello o con un dito”. Questi risultati fanno concludere che la Sindone “sia un prodotto artistico medievale, in linea con le analisi già esistenti“. Alla fine degli anni ’80, misure fatte in tre laboratori avevano suggerito che il lenzuolo risalisse al periodo fra il 1260 e il 1390. Un altro studio del 2005 aveva però concluso che questi test si erano basati su un frammento di stoffa aggiunto in epoca medioevale e che la Sindone risale a un periodo compreso fra 1.300 e 3.000 anni fa. Altri laboratori hanno invece cercato di riprodurre l’immagine e circa 10 anni fa, al Centro Enea di Frascati, un potentissimo lampo di luce ultravioletta ha riprodotto su un tessuto di lino una immagine che ha le stesse caratteristiche della Sindone.

Lo studio sul Journal of Forensic Sciences

Lo studio su Applied Spectroscopy

Lo studio su Plos One