Poi dite che il calcio è solo calcio. Lo scorso 22 marzo il grande tennista Novak Djokovic posta su Instagram una foto che lo vede assieme ai calciatori croati Luka Modric, Mateo Kovacic, Ivan Rakitic e Ivan Perisic. Alla vigilia del quarto di finale tra Russia-Croazia spiega “Io tifo Croazia e so che mi piacerebbe che voi solleviate la Coppa”. Un deputato serbo l’insulta: “Idiota”. Balkan Express.

Alla semifinale di stasera Croazia-Inghilterra, in tribuna d’onore Benjamin Netanyahu. Con il premier israeliano la moglie Sara e due bambini affetti da cancro, uno dei quali russo: “È commovente che possiamo aiutarli a realizzare il loro sogno”, ha detto Netanyahu prima di partire per Mosca. In verità, ha fatto in modo di far coincidere football e colloqui bilaterali con Putin su guerra in Siria e il conflitto tra israeliani e palestinesi. Da giovane, Netanyahu ha giocato a calcio ed è un grande tifoso (degli inglesi). Nel 2012 si è infortunato durante una partita amichevole ed è stato obbligato ad una lunga convalescenza.

Minima dietrologia. Francia-Belgio, semifinale di martedì 10 luglio. Il calcio è tanto esaltante quanto implacabile. Spezza i sogni o li dissolve. Quelli del Belgio sono stati frantumati dai Bleus. Così, il Belgio resta Belgio: al 55’, infatti, con un colpo di testa Samuel Umtiti brucia Marouane Fellaini – l’aitante centrocampista coi capelli che sembrano una foresta – e sigla il gol della vittoria francese. In tribuna, l’azzimato Emmanuel Macron in completo blu presidenziale balza con altrettanta agilità, saltella, gesticola da tifoso invasato (lui lo è del Marsiglia che sta per acquistare Mario Balotelli dal Nizza), dimentica l’etichetta diplomatica, sotto gli occhi tolleranti di Brigitte.

L’entusiasmo è contagioso, si sa. Lo imita – per passione o per cortigianeria? – l’ex schermitrice Laura Flesset, due ori, un argento e due bronzi olimpici, ora ministro dello Sport francese. Gianni Infantino, presidente della Fifa, resta al suo posto, ostenta imparzialità. Solo un convitato resta di pietra: sua maestà Filippo (pardòn: Philippe Léopold Louis Marie), re del Belgio. Ha lo sguardo incredulo. Lo stupore del sovrano sconfitto, costretto ad accettare l’esito della battaglia. Osserva con distacco aristocratico le manifestazioni di giubilo del giovane presidente francese che se ne sta fregando del protocollo. Rimpiange il rango che lo costringe a dissimulare la malinconia. A essere il re di un “plat pays” (“avec la mer du Nord pour dernier terrain vague / Et des vagues de dunes pour arrȇter les vagues”), cantava l’immenso Jacques Brel. Charles Baudelaire detestava il Paese piatto e grigio, ma in Belgio ci visse due anni: “Senza tamburi, senza musica sfilano funerali / a lungo, lentamente nel mio cuore: Speranza / piange disfatta e Angoscia, dispotica e sinistra/ va a piantarmi sul cranio la sua bandiera nera” (Spleen).

Cerco con lo sguardo Vladimir Putin: il padrone di casa non c’è. Eppure la partita si gioca a San Pietroburgo, la sua città. Vladimir Vladimirovic ha snobbato un re e un presidente, capo di uno degli Stati più importanti e influenti del mondo. Cerco Dmitrij Medvedev, il premier. Non lo vedo. Allora queste assenze hanno significati ben precisi. Sono messaggi in codice. Segnali. Indizi. Macron negli ultimi tempi è stato assai critico nei confronti del Cremlino e della sua politica repressiva verso la società civile. Naturalmente il Cremlino si è premurato di ricordare che Macron è arrivato poco prima della partita e se ne è andato via poco dopo (twittando: “Siamo in finale. Appuntamento a domenica per portarcela a casa”). Comunque, in occasione della finalissima di Mosca, avrà l’occasione di un breve colloquio con Putin, alla vigilia del summit di Helsinki tra il presidente russo e Donald Trump. Un contentino. Con Emmanuel, l’inseparabile moglie Brigitte. In ordine sparso, tiferanno per Kylian Mbappé, Paul Pogba, Antoine Griezmann e il resto dei “galletti” lo scrittore Oliver Guez, il cantante Francis Lalanne e la 51enne Pamela Anderson in coppia con Adil Rami.

Macron è stato dunque di parola. L’aveva promesso il 5 giugno a Clairefontaine, prima che i Bleus partissero per Russia 2018: “Mi impegno a raggiungere la nazionale se passa i quarti: sarò alla semifinale e alla finale”. Pur di godersi Belgio-Francia, ha però fatto slittare dall’agenda l’ambizioso Plan pauvreté, il piano nazionale contro la povertà che pareva dovesse essere discussa nel Consiglio dei ministri del 10 luglio. Una scusa per rimandare la riforma più “gauchiste”, quella che avrebbe ridimensionato le accuse di difendere i ceti più abbienti, di essere cioè “le president des riches”? Il paradosso è che il successo della nazionale di calcio è dovuto soprattutto al talento di alcuni dei suoi calciatori, figli delle banlieue parigine più disagiate (Umtiti, M’bappé, tanto per citare i più famosi).

Parentesi: magnifico il titolo di Libération in prima pagina: “Vivement Dimanche!”, la domenica del possibile secondo titolo mondiale per la Francia. Allusione al titolo di un bel film di François Truffaut (Finalmente domenica!, 1983) con la superba Fanny Ardant e Jean-Louis Trintignant. Un noir in bianconero (nessuna allusione alla Juventus).

Come sempre, le sconfitte di misura sono argomento di recriminazioni. Molti non sanno accettare la sconfitta. Come il primo ministro belga Charles Michel che, al meeting della Nato di oggi, a Bruxelles (sigh!), ha trovato il tempo di dire al capo dell’Eliseo: “Ieri Belgio e Francia si sono sfidati in Russia. I belgi in genere non sono molto sciovinisti ma Emmanuel, francamente, voi francesi siete stati molto fortunati”.

Il calcio ha molte facce. Quella di Luka Modric, il talentuoso regista della nazionale croata che qualcuno vorrebbe Pallone d’Oro, è sofferta. Sembra sempre come il volto di un uomo attraversato dal dolore. A cinque anni ha visto morire ammazzati i genitori, durante la guerra che opponeva serbi e croati. È un campione sperimentato. Come lo è la Croazia, zeppa di giocatori che sono capaci di tutto, ma anche di nulla. Ne sanno qualcosa gli interisti, con gli alti e i bassi di Perisic e Marcelo Brozović.

Succede tuttavia che alla vigilia di un quarto a Kaliningrad, un giornalista inglese – guarda il caso – coraggioso e impertinente, non chieda al capitano della Croazia cosa ne pensi della partita, ma se la sentenza che ha visto condannare a Zagabria un boss del calcio nazionale, Zdravko Mamic (ex patron della Dinamo Zagreb), a sei anni e mezzo di prigione per corruzione e malversazioni finanziarie potrebbe avere un impatto negativo sulle sue prestazioni. Modric è un duro. Risponde: “Tutto qui? Nulla di più intelligente da chiedere? Siamo al mondiale, ci sono ben altre cose di cui parlare. Da quanto tempo si è preparato per porre questa domanda, me lo sa dire esattamente?”. Perché tanta stizza? Perché Modric è stato accusato di falsa testimonianza in favore di Mamic ed è stato messo sotto inchiesta. Rischia sino a cinque anni di prigione e con lui un altro nazionale, Dejan Lovfen, che è pure difensore del Liverpool.

Insomma, in questa Russia 2018 c’è stato di tutto. La caduta degli dei calcistici. I favoriti respinti al mittente. Ronaldo e Messi alle prese con il fisco spagnolo. I calciatori svizzeri che durante Serbia-Svizzera fanno il gesto dell’aquila bicefala simbolo dell’indipendenza kosovara, mai riconosciuta da Belgrado. L’incidente Domagoj Vida (che inneggia all’Ucraina). Il caso Mohammed Salah, in lite con la sua federazione (per ragioni di sponsor), ospite (con l’Egitto) di Ramzam Kadyrov, il presidente-dittatore della Cecenia, che oltre ad essere gran distruttore degli oppositori, è gran distrattore dei calciatori. Putin. La Russia, soprattutto, con tutte le sue contraddizioni. E un Mondiale irripetibile. Sinora.