Scott Pruitt è fuori dall’Epa, l’agenzia del governo federale che si occupa di protezione ambientale. I troppi scandali e le questioni etiche che si sono sommati in questi mesi hanno alla fine travolto Pruitt, il cui obiettivo principale come amministratore dell’Epa è stato quello di smantellare, pezzo dopo pezzo, limiti e regolamentazioni a difesa dell’ambiente implementati durante l’amministrazione Obama. Il suo successore, che era poi anche il suo vice, Andrew Wheeler, promette di essere un rivale ancora più ostico per gli ambientalisti americani.

Nella lettera di dimissioni a Donald Trump, Pruitt non mostra di riconoscere alcuna delle accuse che gli sono state mosse. “E’ per me molto difficile smettere di servirti in questo ruolo – scrive -. Comunque, i continui attacchi a me, alla mia famiglia, sono senza precedenti e alla fine hanno avuto effetti negativi su tutti noi”. Pruitt non manca di legare Trump alla provvidenza divina: “Credo che tu oggi stia servendo come presidente grazie alla provvidenza di Dio. Credo che la stessa provvidenza mi abbia condotto al tuo servizio”.

Pruitt, un conservatore conosciuto per essere stato attorney general dell’Oklahoma, era finito al centro di molte polemiche per l’uso improprio di fondi pubblici. Al momento delle dimissioni, diverse agenzie del governo federale e due Commissioni della Camera avevano posto Pruitt sotto inchiesta per almeno 14 episodi. Tra questi, c’erano i frequenti viaggi aerei in prima classe non giustificati dalle esigenze di servizio, oltre all’uso altrettanto frequente e non giustificato di aerei miltari. Pruitt aveva poi dato consistenti aumenti di stipendi (28 mila e 57 mila dollari) a due tra i suoi più stretti collaboratori, usando la norma ormai dimenticata del “Safe Drinking Water Act”.

Altra accusa: aver affittato a 50 dollari a notte – un prezzo incredibilmente basso – una stanza in un palazzo di Washington D.C. di proprietà della moglie di un lobbista che lavora per l’industria dell’energia. Una fonte anonima dell’Epa aveva poi raccontato ai giornali che Pruitt aveva un’agenda segreta di incontri con rappresentanti della grande industria. E che usava la carta di credito dei suoi collaboratori per le sue prenotazioni in albergo.

Alla fine i dubbi sull’uso dei fondi pubblici, i conflitti di interesse, la mancanza di trasparenza hanno travolto Pruitt. Se Trump lo ha difeso fino alla fine – “ha fatto un lavoro incredibile”, ha scritto il presidente in un tweet -, molti tra gli stessi repubblicani si sono mostrati sollevati dall’addio di un amministratore fonte di continue polemiche e problemi. “Finalmente. Ha fatto un lavoro orribile”, ha twittato Carlos Curbelo, un repubblicano moderato della Florida. Un sospiro di sollievo deve averlo tirato anche John Kelly, capo staff di Trump, che da mesi cercava di ottenerne il licenziamento. Senza successo. Trump ha sempre difeso Pruitt, sostenendo che il “coal and energy country”, la parte del Paese che vive di miniere e di produzione di energia, “adora Scott”.

In effetti, nei diciotto mesi della sua caotica gestione dell’Epa, Pruitt ha fatto tutto ciò che era in suo potere per smantellare l’agenda ambientale messa in pedi durante gli otto anni dell’amministrazione di Barack Obama. Pruitt, che non crede che le emissioni di diossido di carbonio siano la causa del cambiamento climatico, ha appoggiato la decisione di uscire dagli accordi sul clima di Parigi. Ha firmato una proposta per cancellare il “Clean Power Plan” approvato da Obama nel 2015, l’atto che limita la possibilità di emissioni inquinanti per le industrie. Di recente, Pruitt ha anche annunciato una revisione degli standard massimi di emissione per automobili e camion; ha posticipato di due anni l’entrata in vigore delle norme per le perdite di metano; ha negato l’effetto dei pesticidi sulla salute, e sospeso per due anni l’attuazione del “Clean Water Rule”. A questo va aggiunto il taglio dei fondi per l’Epa – 30 per cento in meno – che la sua gestione ha sottoscritto; la riduzione di 15mila impiegati dell’agenzia; il licenziamento di sedici scienziati dalle Commissioni scientifiche dell’agenzia stessa; il 60 per cento in meno di multe per violazioni ambientali che l’Epa ha raccolto nell’ultimo anno.

Il morale dei dipendenti dell’Environmental Protection Agency esce insomma profondamente segnato dai pochi mesi di amministrazione di Pruitt, che peraltro come attorney general dell’Oklahoma aveva più volte preso di mira proprio le regolamentazioni ambientali imposte da questa agenzia federale. La missione di Pruitt, condivisa da Trump, è stata quella di distruggere le politiche degli ultimi otto anni e Pruitt ci si è messo di impegno. Con un grosso limite. Gran parte delle sue azioni sono state di semplice sospensione di norme create negli anni precedenti. Pruitt ha distrutto molto, ma non ha creato un quadro di regole alternative. Di più: molti dei suoi atti sono scritti in un modo disastroso, mancano di fondamenti legali, scientifici, tecnici e sono stati e saranno impugnati dalle organizzazioni ambientali. Ad aprile 2018, sei degli atti di Pruitt erano stati bloccati dai tribunali Usa. Il capo dell’Epa aveva dovuto rinunciare, sempre per ragioni tecniche e legali, ad altri due provvedimenti. Come ha spiegato Stuart Shapiro, un professore di fisica di Rutgers University, Pruitt è stato capace di “indebolire l’applicazione delle norme esistenti, più che davvero cancellare le regolamentazioni”.

E’ per questo che molti tra gli stessi repubblicani e conservatori Usa salutano con sollievo l’addio di Pruitt: troppi scandali, troppi atti sconclusionati durante questi diciotto mesi. Per gli ambientalisti non è comunque il momento di festeggiare. Andrew Wheeler, l’uomo che Trump ha chiamato per occupare ad interim il posto di Pruitt, ma che ne diventerà probabilmente il successore, potrebbe rivelarsi un osso ancora più duro. Wheeler è anzitutto un uomo di governo ben più consumato di Pruitt – e conosce meglio la macchina amministrativa. Ha lavorato per quattro anni, durante l’amministrazione di Bush padre e poi per Bill Clinton, nell’ufficio di prevenzione inquinamento dell’Epa. Poi è passato all’attività politica, come assistente del senatore repubblicano Jim Inhofe, uno dei nemici più decisi della tesi dei cambiamenti climatici. Infine, è entrato in uno studio legale, Faegre Baker Daniels, a far opera di lobbying a favore dell’industria del carbone e del gas naturale. La sua formazione come avvocato promette anche una gestione più accorta degli aspetti legali della deregulation ambientale. L’azione di smantellamento per i “troppi lacciuoli imposti alle aziende”, promessa da Trump in campagna elettorale, dovrà quindi continuare, e essere anzi potenziata, sotto la gestione di Andrew Wheeler.