Gianpaolo Scafarto sta per impegnarsi in politica. Come anticipato dal Fatto Quotidiano, il maggiore dei carabinieri del Noe è a un passo dall’accettare la nomina di assessore alla legalità e alla sicurezza nella sua città natale, Castellammare di Stabia. A offire al militare di entrare nella sua giunta è stato il nuovo sindaco della città in provincia di Napoli, Gaetano Cimmino di Forza Italia.  “Ci siamo parlati, abbiamo preso un caffé insieme. L’interlocuzione c’è”, dice il primo cittadino all’edizione locale di Repubblica. “Ci sto pensando. Mi piacerebbe contribuire a rendere questa città più vivibile”, sono invece le parole di Scafarto.

I due si sono incontrati sabato scorso, ma avevano già avuto un primo contatto riservato e informale, durante la campagna elettorale. Cimmino – che proviene del Pd, di cui era segretario cittadino nel 2009 – aveva accennato l’idea a Scafarto. Il carabiniere ha così avuto il tempo per pensarci, per valutare i pro e i contro di un eventuale ingresso in giunta, che potrebbe essere accompagnato da un’aspettativa dall’Arma.

A pesare sulla scelta di Scafarto, che è tra i primi investigatori ad avere indagato sul caso Consip, soprattutto il demansionamento di fatto che sta soffrendo nell’Arma dopo essere stato travolto dall’inchiesta della procura di Roma per falso, depistaggio e rivelazione di segreto. Il pm Mario Palazzi gli contesta gravi errori durante le indagini sulla centrale acquisti della pubblica amministrazioni. Il maggiore ha rischiato la sospensione per un anno ma Riesame e Cassazione lo hanno riabilitato. Nel frattempo, però, Scafarto ha dovuto rinunciare alle deleghe di polizia giudiziaria ed è stato trasferito al comando regionale dei carabinieri.

La Suprema corte ha rigettato il ricorso presentato dalla Procura di Roma contro la decisione del Tribunale del Riesame che nel marzo scorso ha annullato la misura dell’interdizione dal servizio per un anno per il carabiniere confermando quindi il suo reintegro nel posto di lavoro. Scafarto è attualmente in servizio a Napoli. Nel provvedimento i giudici del Riesame avevano sostenuto che da parte dell’ufficiale c’erano stati solo errori e non dolo. E che su Tiziano Renzi c’erano “elementi consistenti”.

I falsi contestati a Scafarto erano contenuti nell’informativa del 9 gennaio 2017. La frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato”, per l’accusa, era stata attribuita volontariamente ad Alfredo Romeo, l’imprenditore campano a processo per corruzione di un dirigente Consip. Come risultava dai brogliacci, a pronunciarla era stato l’ex parlamentare Italo Bocchino (indagato per traffico di influenze). “La Procura di Roma – era scritto nelle 13 pagine di motivazione del Riesame – ha espresso la convinzione che Scafarto abbia avuto la finalità di dimostrare il coinvolgimento, nell’indagine Consip, di Tiziano Renzi e l’interesse a interferire nelle indagini da parte del figlio” Matteo. Per i giudici – i quali rilevano come non sia la prima volta che si ritrovano situazioni simili in atti giudiziari senza che questo giustifichi un’azione penale – si tratta di un “errore involontario”. Perché “come risulta dalla stessa informativa (…), erano stati acquisiti consistenti elementi indiziari relativi al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella vicenda Consip”. “Già emergeva – spiegava il Riesame – che le intercettazioni ambientali delle conversazioni tra Romeo e Bocchino avevano permesso di prendere atto dell’intenzione di Romeo di acquisire appalti presso Consip con metodi illeciti e, a tal fine, di prendere contatti con chi potesse metterlo in contatto con Tiziano Renzi come possibile utile intermediario”. “La discussione registrata tra Romeo e Bocchino – continuano i giudici – ha riguardato anche i compensi da attribuire (anche) a Tiziano Renzi, determinati, nelle intenzioni, in 30 mila al mese. È stata altresì intercettata la conversazione avvenuta in occasione dell’incontro tra Russo, in ottimi rapporti di amicizia con Tiziano Renzi, e Romeo nel corso della quale furono quantificate le offerte di compenso”. Il riferimento è all’incontro tra Russo e Romeo, durante il quale, secondo i carabinieri, i due parlano di un presunto accordo che prevedeva 30 mila euro al mese per Tiziano Renzi e 5 mila al bimestre per Russo, in cambio dell’influenza sull’ad di Consip, Luigi Marroni.