Virginia Raggi non ha ricevuto in eredità una perla ma una fogna. Un circuito melmoso di interessi, un interscambio collusivo e puzzolente di favori dove una città sotterranea di malfattori, di ogni risma e livello economico, proliferava fino a impadronirsi del Campidoglio. Si sperava che i Cinquestelle almeno sapessero fare argine alla melma perché sul resto, cioè sulla capacità di amministrare Roma, la Capitale d’Italia, l’impreparazione, l’inadeguatezza, a volte l’ingenuità a volte l’incapacità, a volte la paura, hanno prodotto un immobilismo che ha assunto le forme dell’isterismo dove persino la manutenzione ordinaria (igiene urbana, trasporti, cura delle strade e dei parchi) è divenuta una vetta elevata da raggiungere.

Adesso gli arresti per il nuovo stadio documentano, al di là di ogni altra considerazione, l’immarcescibile dedizione all’inghippo, alla violazione delle norme. E Raggi, adesso, ha il problema di spiegare perché ha scelto Luca Lanzalone – raggiunto da un’ordinanza di custodia domiciliare – come suo plenipotenziario per lo stadio, stimandolo al punto da proporlo come presidente di Acea, la municipalizzata dell’energia.

E i suoi compagni cinquestelle, a iniziare da Di Maio, dovranno interrogarsi anche sui loro compagni di viaggio leghisti, alleati di governo. Luca Parnasi, il palazzinaro tradotto in carcere, tra il 2015 e il 2016 ha versato attraverso una sua società (Pentapigna srl) 250mila euro come contributo volontario all’Associazione Più Voci, la onlus che i commercialisti di Matteo Salvini hanno creato come nuova piccola cassaforte leghista dove far affluire i soldi dei suoi sostenitori. La erogazione liberale è un atto legittimo, quel che puzza e sa di fogna è l’interesse del costruttore romano per la Lega. Simpatia ricambiata e purtroppo sospetta.

Luigi Di Maio ha garantito sulle competenze e naturalmente l’onestà del tecnico Lanzalone, che ora è ai domiciliari. E ha garantito sull’affidabilità di Salvini che oggi ha Parnasi, suo sostenitore, in gattabuia.

E dunque?