“Tutto ciò che è fuori di qua è merda”. Torna nelle sale italiane il 21, 22, e 23 maggio 2018 Ultimo tango a Parigi. Il film scandalo del 1972, scritto e diretto da Bernardo Bertolucci, che venne censurato, processato, cancellato dalla faccia del mondo, poi rinato e rilanciato fino a diventare il film italiano più visto di tutti i tempi. 15milioni 623mila 771 spettatori tra le uscite a singhiozzo in mezzo alla bufera giudiziaria dei primi anni settanta, e la seconda tornata del 1987. Sei milioni di spettatori in più rispetto a La vita è bella, quasi il doppio di quelli di Quo Vado? di Checco Zalone, Ultimo tango è forse l’ultima traccia quantitativamente di massa di un cinema autenticamente autoriale, libertario, finanche intellettuale, che seppe suscitare reazioni indignate, etico/morali, giudiziarie in tutto il paese. Appena prima di un altro film maledetto e gettato nel rogo come Salò di Pasolini (identico produttore, l’Alberto Grimaldi de Il Buono, il brutto e il cattivo ndr), l’opera sesta di un Bertolucci 32enne ancora lontano dalla consacrazione spettacolare e generalizzante della vagonata di Oscar per L’Ultimo imperatore (1987), è il tumultuoso tassello erotico e liberatorio che nei primi anni settanta, anni ancora avari di pornografia pura, erotismo vagamente soft e commedie sexy, bucò il palloncino del generico percepire della sessualità nel cambiamento culturale post ’68.

La celebre sequenza del rapporto anale agevolato con un po’ di burro tra Marlon Brando e Maria Schneider, momento memorabile che arriva all’incirca a metà film, in mezzo ad altri innocenti rituali, nudità e giochi infantili tra i due, rimase per parecchio tempo la summa visibile anche se non nel dettaglio di una fantasia “nuova” che il cinema riusciva candidamente ad alimentare, sdoganare e mostrare nelle sale di prima visione. Un click mentale e psicologico che coinvolse un’intera nazione. “Lei non adora Giuseppe Verdi, adora il burro” urlò contro Bertolucci un discendente del celebre compositore ben sette anni dopo l’uscita di Ultimo tango. Lo ha raccontato lo stesso regista in una recente intervista a Repubblica, rievocando l’episodio accadutogli in cui un tizio tentò di investirlo con l’auto fuori dalla casa di Verdi mentre stava girando La Luna. Nulla fu più incosciamente provocatore di quell’atto se si pensa che un critico misurato e competente come Ugo Casiraghi, che amò il film, lo annoverò tra quelli che definì “sperperi sadomasochistici”, mentre la corte di Cassazione nel 1976 obbligò la distruzione di tutti i negativi dell’opera, e lo stesso Bertolucci venne privato dei diritti politici per cinque anni per “offesa al comune senso del pudore”. 

A rivederla oggi quella corposa sequenza in cui Brando sodomizza (per finta) la Schneider c’è di che rimanere stupiti. Anche perché Ultimo tango a Parigi non è ovviamente solo il momento anal col burro, ma un lavoro ben più complesso e articolato, un’opera danzante sul confine tra eros e thanatos, imbevuta stilisticamente di impeto Nouvelle Vague che paradossalmente si esercita tutto in interni quindi in una dimensione totalmente intima e mentale tra i protagonisti. Non si dicono i loro nomi, Brando e la Schneider, poi sapremo essere tali Paul e Jeanne, quando si incontrano casualmente nell’appartamento sfitto parigino. Non si parlano nemmeno. Si accoppiano animalescamente, più volte, e tanto basta. L’istintività, l’impulso, la liberazione del corpo, il piacere della carne, la sessualità che diventa soggetto da osservare in primo piano. Lui che così facendo tenta di occultare senza riuscirci l’ancora fresca tragedia familiare, lei che allontana l’ingombrante presenza genitoriale. È l’ossessione personale di Bertolucci, l’incontro fisico spinto, isolato dal mondo, che si dipana in immagini e, senza nemmeno troppe forzature simboliche, diventa lo scoperchiamento di un inconscio collettivo altrettanto represso.

L’aneddotica sul film si spreca in ogni dove: Brando che rilancia definitivamente la sua carriera (in quell’anno c’è anche Il Padrino, anche se Ultimo tango a Parigi è settimo incasso statunitense del ’72-’73) grazie ad una performance estremamente fisica (“lo feci correre sugli Champs-Elysées, aveva quasi cinquant’anni, avevo paura che ci restasse”); la Schneider che fino alla sua morte nel 2011 accuserà Bertolucci e Brando di non essere stata avvisata di cosa sarebbe successo sul set nella sequenza del burro, rimanendo scioccata a vita per questo; Brando che scompare durante la penultima settimana di lavorazione perché il figlio Christian è fuggito con degli “hippies drogati”; Francis Bacon che si dichiara felice di avere due suoi quadri sui titoli di testa del film. E proprio grazie alla nuova uscita in sala per tre giorni grazie a CSPC Distribution sarebbe interessante capire cosa ne pensano le nuove generazioni di un film che sconvolse equilibri e abitudini sociali quasi 50 anni fa. Come sarebbe curioso confrontare la doppia visione (come per noi) venticinque anni dopo il lungo oblio della riemersione del film che lo rese visibile a tutti all’inizio degli anni novanta. Così ad occhio due elementi che impattano un’oramai smaliziata abitudine alla visione: l’iperpresenza comunque piacevole del tema musicale di Gato Barbieri e la composta travolgente bellezza del primo accoppiamento Brando/Schneider scevro da ogni sovrastruttura simbolica e da forzature politiche. Erotismo puro che ancora lascia il segno.