Per ricordare Enzo Tortora nel trentennale della sua scomparsa, evitando la prevedibile retorica e lasciato ad altri l’ineludibile compito di tornare sulle tragiche vicende del suo assurdo caso giudiziario, mi pare opportuno riflettere su alcuni aspetti della sua carriera televisiva. Il suo percorso fu infatti straordinario per successi, popolarità e creatività, ma non certo lineare.

Per due volte Tortora fu allontanato dalla Rai. La prima agli inizi degli anni Sessanta, quando era già assai noto e apprezzato soprattutto per le sue conduzioni in diretta dalle piazze, prima quelle di Telematch, poi quelle di Campanile sera. Gli costò cara (pare, visto che le vicende di quegli anni sono avvolte in un’aura in cui si mescolano storia e leggenda) un’imitazione di Amintore Fanfani sgradita al permaloso politico toscano. Tortora passò quelle stagioni di epurazione collaborando con la Tsi, la televisione svizzera di lingua italiana. E quando fu riammesso in Rai a condurre La domenica sportiva era evidente come la frequentazione di quella interessante emittente straniera avesse contribuito a formare il suo stile preciso ed elegante, distaccato ma decisamente personale (in un’epoca in cui ai giornalisti del servizio pubblico si chiedeva l’assoluta neutralità).

Ma pochi anni dopo, all’apice della sua fama come conduttore di quella popolarissima rubrica, una dichiarazione, per la verità un po’ forte, sul governo della Rai affidato a dilettanti (boyscout per la precisione) gli fu di nuovo fatale. Questa volta la squalifica fu più lunga e durò fino al periodo del dopo riforma del servizio pubblico. In questi sette anni Tortora seguì due strade. La prima, che francamente non mi è mai piaciuta, fu la collaborazione con testate di destra, alcune anche un po’ambigue, impegnate nel contrastare l’egemonia culturale comunista, contestando gli intellettuali che avevano firmato la celebre lettera aperta contro il commissario Calabresi o scagliandosi contro il dittatore Fidel Castro. La seconda assai più interessante fu la frequentazione del mondo confuso, a volte velleitario, ma molto vivace, delle nascenti tv private: dall’esperimento di Tele Biella alla più strutturata Antenna 3.

Quest’esperienza non fu tempo perso. Quando fu richiamato a lavorare per la Rai, il suo capolavoro, Portobello, fu il frutto della sua genialità di creatore di format, della sua eleganza e della sua simpatia, ma anche della conoscenza di un diffuso bisogno di una tv diversa, aperta alla gente comune. Quel bisogno che le private locali avevano compreso e interpretato in maniera precaria e ruspante e a cui Portobello diede la forma perfetta.