Addio Tom Wolfe. Uno dei più grandi romanzieri del Novecento, colui che coniò il felice termine “radical chic” è morto in un ospedale di Manhattan dove era stato ricoverato per le complicazioni dovute ad un’infezione. L’autore de Il Falò delle vanità, il suo primo romanzo pubblicato solo nel 1987, aveva 88 anni. Wolfe era nato a Richmond in Virginia nel 1931, PhD in American Studies nella metà degli anni cinquanta, inizia già dai tempi dell’università ad attivarsi come reporter, giornalista che racconta i fatti sul campo. Attività indefessa che lo fa diventare cronista del New York Herald Tribune a metà anni sessanta, quando raggiunge la grande mela e vi rimane fino alla morte, assieme alla moglie Sheila, e ai due figli. Spirito arguto, in grado di sbeffeggiare con classe il politicamente corretto e le mode culturali senza buttarla in qualcosa di letterariamente e culturalmente rivoluzionario, Wolfe, da acuto e brillante, dandy spesso di bianco vestito, signore amabilmente reazionario quale è sempre stato, ha rappresentato la penna graffiante, l’osservatore implacabile di stereotipi e luoghi comuni di molti ambienti “liberal” statunitensi.

Wolfe fu pioniere del “new journalism”, concetto teorizzato in una raccolta di saggi pubblicata nel 1973, ipotesi di pratica giornalistica che richiede una presenza lunghissima assieme al soggetto o ai soggetti da raccontare fin quasi ad “oscurarne” le figure per riuscire a cogliere con dettagli minuziosi ciò che accade nelle loro vite. Nella raccolta del ’73 emergono esempi chiari del concetto, tra cui un estratto da A sangue freddo di Truman Capote, ma anche alcuni reportage di Joan Didion e Hunter S. Thompson. Da un altro reportage che ha fatto la storia Wolfe inventa un idioma diventato poi concetto masticato e comune ben oltre gli Stati Uniti. Ospite nel giugno 1970 di un party organizzato dal compositore Leonard Bernstein in favore delle Black Panthers, Wolfe segue tutta la serata zeppa di celebrità liberal e inventa il termine “radical chic”. Ovvero una sorta di doppia immagine pubblica tenuta dall’alta società progressista dell’epoca, tra cui molte celebrità del mondo hollywoodiano, di sposare una causa politica radicale dimostrando allo stesso tempo di farlo soprattutto perché atto visibile molto “alla moda”.

Dopo diverse raccolte di suoi scritti pubblicati su giornali e riviste. Wolfe sbanca letteralmente ogni libreria del pianeta con Il Falò delle vanità nel 1987. Libro che diventerà film non altrettanto fortunato al box office girato da Brian De Palma con protagonista Tom Hanks, e che offre un’immagine satireggiante sull’edonismo e sul materialismo del mondo dell’alta finanza che ruota attorno a Wall Street negli infausti anni ottanta. I successivi romanzi vengono tradotti in Italia sempre da Mondadori ma non ottengono l’attenzione critica e di pubblico che ottenne il suo esordio. Punteggiatura esplosiva, uso creativo di un linguaggio pop, e la cura meticolosa per i particolari descritti nei suoi lavori lo rendono uno dei più creativi e disinvolti autori statunitensi. Ossessionato e felicemente polemico nel difendere su Harper’s con un articolo/manifesto sul finire degli anni ottanta l’idea del ritorno di un grande romanzo sociale e realista contro lo sperimentalismo e il minimalismo letterario degli Italo Calvino, Gabriel Garcia Marquez e perfino Franz Kafka, Wolfe si espresse anche sul significato del concetto di politicamente corretto. Rievocando la storica serata chez Bernstein ha dichiarato in una intervista a Repubblica: “Il politicamente corretto, da me soprannominato PC – che sta per “polizia cittadina”- è nato dall’idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro. In seguito, ironicamente, il politicamente corretto è diventato uno strumento delle “classi dominanti”, l’idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro “predominio sociale” e mettersi la coscienza a posto. A poco a poco, il politicamente corretto è perfino diventato un marcatore di questo “predominio” e uno strumento di controllo sociale, un modo di distinguersi dai “bifolchi” e di censurarli, di delegittimare la loro visione del mondo in nome della morale”.