“Oggi tutto esiste per finire in una fotografia”, scrisse negli anni 80 del secolo scorso Susan Sontag, intellettuale che non poteva immaginare quale enorme mutazione antropologica sarebbe piombata nelle vite degli umani solo 20 anni dopo, con l’avvento della Rete e il potenziamento della tecnologia individuale. Parafrasando il titolo di una delle sue più interessanti opere, Malattia come metafora, ecco che la fotografia si è configurata nel tempo sempre di più come una metafora, diventando spesso un forte elemento rivelatore della cultura profonda delle società e delle relazioni umane in esse.

Nel mondo contemporaneo, dove l’immagine rappresenta un imperativo per esistere e per definirsi, ogni nostro scatto, ogni singola immagine che vediamo, produciamo e decidiamo di “condividere” ha smesso da tempo di essere innocente. E se è vero che “una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo ed è più potente di pagine e pagine scritte”, come dichiarò la narratrice Isabel Allende, allora la foto American girl in Italy vale la pena di essere ricordata e commentata non solo perché la sua protagonista (Ninalee Allen Craigè morta qualche giorno fa alla venerabile età di 90 anni. Non mi ha sorpreso il poco e distratto spazio riservato alla notizia: i rari media che ne hanno dato conto si sono concentrati su ciò che la fotografa Ruth Orkin (e la stessa modella) hanno spiegato, ovvero che “il messaggio dello scatto voleva essere di ammirazione e curiosità”. Pochissimo, se non nullo, il commento al senso di quella immagine, che di certo non è banale.

La foto è molto nota: siamo agli inizi degli anni 50 e Orkin, allora quasi trentenne, immortala Ninalee Allen Craig (23 anni) che passa per strada con un abito scuro al polpaccio, borsetta e sciarpa stretta al seno, mentre intorno a lei un gruppo di uomini di varie età reagiscono alla sua presenza. C’è chi guarda e sorride, chi esclama, chi sgrana gli occhi, chi è colto nel momento di fare un complimento, chi passa subito ai fatti e significativamente si porta la mano al cavallo dei pantaloni. L’immagine era all’epoca a corredo di un servizio su Cosmopolitan intitolato Quando viaggi da sola. Soldi, uomini e morale che puoi incontrare durante un viaggio allegro e sicuro. La didascalia diceva: “Pubblica ammirazione… non vi agitate, in Italia è normale, i galantuomini sono più rumorosi degli uomini americani”. In alcune riproduzioni venne tolto l’uomo che si tocca il cavallo dei pantaloni. La protagonista della foto, a questo proposito, spiegò: “In Italia è un gesto di buon auspicio, per cui io non l’ho visto come una volgarità”.

Tralasciando questa parte del discorso – quella del gesto genitale esplicito, che pure è rilevante – e considerando che la modella giocava allora il (mai tramontano) stereotipo della nordica che apprezza – l’altrettanto mai tramontano e assai corroborato negli ultimi cinque lustri – stereotipo del gallo latino, quella foto racconta di una forca caudina. L’unica e unilaterale al mondo che le donne possono subire, al contrario degli uomini.

Con buonissima pace del partito trasversale che nega sempre l’evidenza e urla all’esagerazione vorrei puntualizzare: non si tratta di negare la bellezza di quella ragazza, delle ragazze, delle donne e del desiderio che questa bellezza può suscitare: la bellezza è salvifica, è il potente antidoto della nostra finitudine umana, è la consolazione nel dolore, é ambasciatrice del piacere e del godimento. Ma l’educazione che ancora si riceve e si impartisce, quando questa bellezza è incarnata in un corpo femminile è legata e impastata con ancestrali richiami al possesso, alla predazione “innata” e “naturale” della sessualità maschile, soprattutto nella contemporaneità narrata tossicamente come incontrollabile istinto. Da ciò ne discende che, allora come ora, non solo l’uomo non si può esimere – secondo larga parte della cultura imperante e diffusa – dall’esprimere il suo (unilaterale e non richiesto) apprezzamento nello spazio pubblico verso ciò che lui decide essere bello, ma che il non farlo sarebbe una diminutio della (presunta) virilità.

Il video francese Oppressed majority propone un mondo rovesciato, dove sono le donne a molestare gli uomini: ogni volta che lo mostro a scuola (ma anche nelle formazioni con pubblico più adulto) la reazione al paradosso è appunto: “Questa situazione non è possibile. Le donne non lo fanno”. Che non vuol dire che non esistano donne parimenti stupide che possono tenere talvolta comportamenti simili, ma che culturalmente non è previsto che accada una situazione come quella della foto. Non si darebbe, al posto o accanto ad American girl in Italy un American boy in Italy.

Il gruppo internazionale Hollaback, da anni condivide esperimenti social a varie latitudini documentando un dato inequivocabile: camminare in strada da sola per diverse ore in diversi quartieri di diverse città del mondo vestita in modo non provocante significa affrontare una forca caudina spalmata su tutto il percorso, attraversando “complimenti” raramente educati (e comunque non richiesti), allusioni sessuali pesanti, palpeggiamenti, inseguimenti.

Quella foto davvero può essere liquidata come una romantica e leggera immagine dell’apprezzamento maschile della bellezza muliebre? Davvero si può onestamente minimizzare l’oggettivazione di quel corpo da parte di chi lo guarda? Per decenni Diane Arbus, grandissima testimone della fotografia statunitense ritrasse con l’obiettivo ciò che la società nordamericana stava rimuovendo dal suo orizzonte visivo e forse il peso di quel “vedere” le è stato fatale, portandola al suicidio. Così scriveva: “Credo che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate”. Spesso, però, non si vuole vederle nemmeno quando sono fissate in un’immagine.