“Un clan malavitoso molto pericoloso”. “Qua comannamo noi”. “Non ti scordare che questa è zona nostra”. “Ti faccio chiudere il bar”. “E allora volete la guerra”. In una parola: metodo mafioso. Le denunce di Marian e Roxana, la coppia di baristi romeni aggrediti il giorno di Pasqua dagli appartenenti dal clan Casamonica/Di Silvio, e le giustificazioni di Jonut, il testimone – anch’egli romeno – giratosi dall’altra parte mentre i cugini Alfredo Di Silvio e Antonio Casamonica massacravano di botte l’avventrice italiana (e disabile), Simona (che la sindaca Virginia Raggia ha incontrato in Campidoglio), sono state fondamentali affinché la giudice della Tribunale di Roma, Clementina Forleo, potesse ordinare l’arresto con l’aggravante del metodo mafioso per i due aggressori, per Vincenzo Di Silvio, fratello di Alfredo, e per il loro zio, Enrico Di Silvio. Dall’ordinanza emessa dal Tribunale di Roma emerge chiaramente l’egemonia territoriale dei componenti del noto clan sinti, in un quartiere – La Romanina – dove loro ville spiccano nel degrado generale. “Tale egemonia territoriale – si legge nell’ordinanza è confermata dalle stesse rivendicazioni degli indagati che contestualmente alle condotte poste in essere precisavano che “qua comannamo noi”, “non ti scordare che questa e’ zona nostra”, oltre che dalle palesi, sottili e tacite intimidazioni esplicate nella zona erga omnes”. Insomma: “un’ostentazione del potere su un territorio che essi considerano sottoposto al loro dominio”.

I TENTATIVI DI “CONCILIAZIONE” – Se il video del pestaggio acquisito dagli inquirenti risulta esplicativo della furia violenta messa in mostra dai componenti del clan, ulteriore materiale in favore dei pm viene messo in luce dalle denunce delle vittime e da quello che accade nei giorni successivi. “Nello stesso giorno dell’aggressione – si legge – presso il nosocomio di Tor Vergata si erano presentati Alfredo Di Silvio e la madre Ivana Casamonica, che avevano tentato di contattare Roxana”. In particolare, “proprio Casamonica aveva chiesto di parlare con i due coniugi al fine di evitare una denuncia a loro carico: al diniego da parte di Roxana, che usciva dall’ospedale per raggiungere la propria autovettura”, la donna “la seguiva urlando per un tratto”. I tentativi di “conciliazione” riprendono due giorni dopo, quando a presentarsi davanti al bar è Enrico Di Silvio, giunto a bordo di una carrozzina elettrica per invalidi, e che “avrebbe voluto risarcire i danni fatti dai nipoti che a suo dire erano solo ubriachi”; a tale proposta “i coniugi rispondevano che il risarcimento sarebbe stato definito nelle sedi opportune”. A quel punto “l’uomo, con fare aggressivo e tono minaccioso urlava: ‘allora volete la guerra’, allontanandosi”. Motivo per il quale lo stesso Enrico sarà coinvolto negli arresti.

“NEL QUARTIERE TUTTI SANNO” – Nelle ultime ore, ai cronisti Roxana e Marian hanno comprensibilmente minimizzato il potere territoriale dei Casamonica e dei Di Silvio, come fanno d’altronde tutti nel quartiere. Alle forze dell’ordine però, sono state denunciate cose differenti: “Nel quartiere tutti sanno e raccontano – hanno detto i baristi agli inquirenti – che diversi esercizi commerciali hanno chiuso per mano loro, a seguito delle loro intimidazioni e del loro modo di affermare la supremazia e il controllo sulla zona”. Un atteggiamento che si è tradotto in un pressing psicologico continuo nei giorni successivi: “Dopo l’aggressione e i danni subiti al locale – ha riferito la donna – questi giovani si sono soffermati dinanzi al bar e su varie autovetture con il chiaro intento di intimorire me e mio marito. Tutti i giorni continuano a tenere questo atteggiamento di sfida”. Dopo che è successo il fatto “siamo stati costretti a cambiare le nostre abitudini di vita”. Un via vai che, secondo quanto denunciato, coinvolgerebbe anche il padre di Alfredo (detto Christian) e Vincenzo Di Silvio.

I “PADRONI” DEL TERRITORIO – Anche agli inquirenti i coniugi hanno confermato di non essere mai stati vittime di atti estorsivi da parte del clan. Ma l’assoggettamento era palese e perpetrato proprio da Alfredo e Vincenzo, due dei giovani aggressori, i quali “affermavano di essere padroni del territorio e che dunque si sarebbe dovuto sottostare alla loro volontà all’interno del locale, tanto da rivendicare una sorta di dominio sullo stesso”. “Mi dicevano – ha raccontato Marian alla polizia – che quella era la loro zona e pertanto comandavano loro. Per tali motivi dovevo sottostare alla loro volontà. Si comportavano come se il locale fosse di loro proprietà pretendendo servizi di favore e avere la precedenza”. E ancora: “Data la fama del clan malavitoso cui appartengono e da cui ne deriva la propria forza”.

IL TESTIMONE E LA “PAURA DI RITORSIONI” – A confermare tutto l’impianto, le dichiarazioni di un testimone romeno, Jonut, che sia durante il pestaggio di Simona – l’unica donna presente picchiata fra la noncuranza di 11 uomini – sia durante le botte a Marian, si gira dall’altra parte. “In entrambe le circostanze – ha riferito l’uomo – né io né i miei connazionali intervenivamo in aiuto della donna e né’ chiamavamo la Polizia in quanto, abitando alla Romanina e sapendo che gli aggressori fanno parte di un clan malavitoso molto pericoloso, avevamo paura di ritorsioni per noi e le nostre famiglie”.

I CAPI D’IMPUTAZIONE – I quattro arrestati sono tutti pregiudicati. Alfredo Di Silvio, Vincenzo Di Silvio, Antonio Casamonica e Enrico Di Silvio dovranno rispondere a vario titolo di lesioni e minacce con il metodo mafioso. Diverse le aggravanti, dai futili motivi all’utilizzo di armi improprie (la cinta per picchiare Simona e le bottiglie rotte) e di “aver commesso il fatto con più persone riunite”. Tutti avrebbero “ostentato in maniera evidente e provocatoria una condotta idonea ad esercitare sui soggetti passivi quella particolare coartazione e quella conseguente intimidazione, proprie delle organizzazioni della specie considerata”, ovvero mafiosa. Per Alfredo, Vincenzo e Antonio è scattata la custodia cautelare in carcere, per Enrico – disabile – gli arresti domiciliari.