Dopo dieci anni di tentativi di salvare la compagnia, la patata bollente di Alitalia passerà adesso al nuovo governo, se ci sarà, e se non ci sarà si trascinerà ancora per altro tempo. Lufhtansa vuole comprare la compagnia risanata. Ma se Alitalia venisse risanata, cosa che non siamo capaci di fare, allora perché vendere? Nel 2008, Alitalia era sommersa dai debiti, nonostante i tentativi fallimentari dei governi di centrosinistra di risanarla che avevano attirato le state accuse di aiuti di Stato da parte della Ue.

Silvio Berlusconi arriva al governo sbandierando la difesa dell’italianità della Compagnia di bandiera agonizzante e spolpata da politiche clientelari e consociative, che alla fine viene “salvata” dalla cordata italiana guidata da Roberto Colaninno, (Compagnia aerea italiana, Cai) che incorpora la malconcia Air One. Con gli accordi di Palazzo Chigi, vengono individuati oltre cinquemila lavoratori in esubero della vecchia Alitalia che finiscono in cassa integrazione per quattro anni, più tre di mobilità (sette anni totali) con un sussidio all’80% dell’ultimo stipendio, finanziato con una tassa di tre euro di tutti i biglietti aerei e dalle tasse dei contribuenti che finiscono nell’Inps.

Dal 2008 a oggi sono passati dieci anni e pochi giorni fa la Cigs è stata prorogata fino al 31 ottobre per 1.480 addetti. Da ricordare che nel 2014 ci fu il tentativo di Etihad di entrare con il 50% del capitale, matrimonio che venne salutato trionfalmente da Matteo Renzi. A luglio di quell’anno scattarono altri ammortizzatori sociali per oltre 2.200 addetti in esubero. Nell’aprile 2017 la ex compagnia di bandiera venne commissariata per essere venduta. Da allora è passato più di un anno e la data finale della cessione, già prorogata una volta, è stata di nuovo spostata dal 30 aprile al 31 ottobre, mentre la restituzione del prestito statale di 900 milioni a tassi inferiori di quelli di mercato è stata anch’essa posticipata al 15 dicembre.

Il prestito ha provocato una nuova indagine dell’Antitrust europea per aiuti di Stato. Il torrente di risorse pubbliche messe a disposizione per gli ammortizzatori sociali non solo ha mortificato i lavoratori che ne hanno fruito (le prime tranches di appannaggio raggiungevano anche gli ottomila euro mensili per i piloti) ma ha anche distrutto inutilmente professionalità importanti senza risolvere il problema. Nel frattempo l’ex socio Etihad (che doveva essere il salvatore) reclama al tribunale di Civitavecchia la restituzione di 200 milioni di euro. La vicenda della vendita di Alitalia è come il gioco dell’oca, si torna sempre al punto di partenza.

Adesso quello che Matteo Renzi, Carlo Calenda, Graziano Delrio e Paolo Gentiloni hanno evitato surrettiziamente, ovvero la vendita dell’ex compagnia di bandiera chiesta a gran voce dai contribuenti italiani e dai consumatori, lo faranno alla luce del sole Di Maio e Salvini, che hanno già fatto sapere che la compagnia deve rimanere in mano pubblica. Viene così smascherato il giochino di Luigi Gubitosi (commissario straordinario), del tira e molla delle offerte (Lufthansa, Air France, Cerberus e Easyjet). Ha vinto, ancora una volta, chi non ha voluto staccare la spina del controllo politico clientelare e corporativo. E così visto che la coperta era ed è corta a farne le spese sono stati in primo luogo altre imprese ed altri settori merceologici che non hanno potuto accedere agli ammortizzatori sociali per aziende non decotte come l’Alitalia. E’ insensato tenere in vita artificialmente la compagnia in un mercato che cresce come quello del trasporto aereo, che in questo modo viene privato dei margini di sviluppo di cui il sistema Italia, fatto di turismo e di imprese in ripresa, ha bisogno.

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