Anno del signore 2018: Internet non è più libera. E potrebbe andare in pezzi.

La Russia ha bloccato Telegram. L’Iran conta di fare lo stesso. Gli Usa hanno bocciato la neutralità della Rete; la Francia vuole backdoor governative nei sistemi di messaggistica; Egitto e Sud Africa pianificano leggi censorie; l’Etiopia arresta e fa sparire un blogger autoctono; la Cina chiude gli account femministi sui social; israeliani e palestinesi si zittiscono online a vicenda e in Indonesia un milione di utenti cade nelle maglie di Cambridge Analytica. Che sta succedendo? Succede che Internet è il nuovo terreno di scontro di un mondo che si fa la guerra con bombe e armi chimiche ma anche usando virus, missili digitali, censura e arresti preventivi nel cyberspace.

Era per impedire tutto questo che le nazioni convocate dall’Onu a Tunisi nel 2005 avevano dato vita all’Internet governance forum, l’incontro mondiale dove tutti gli utenti Internet possono esprimersi, proporre innovazioni e soluzioni condivise ai temi emergenti di un mondo sempre di più globale e interdipendente grazie alla Rete. L’idea dell’allora segretario Kofi Annan era di affrontare con Internet gli obbiettivi del millennio: la lotta alla fame e alla povertà, la pace globale e lo sviluppo del potenziale umano. Da allora questo “parlamento” di Internet si è riunito 12 volte – la prima ad Atene, l’ultima a Ginevra – ma l’enorme potenziale di crescita e democrazia che la Rete porta in dote continua a infrangersi sugli scogli dell’incomprensione, dell’autoritarismo e degli interessi commerciali.

Così accade che in larga parte del mondo – nonostante siano oltre quattro miliardi le persone connesse a Internet – non è ancora possibile per donne, minoranze, attivisti e pacifisti esercitare attraverso di essa il diritto all’informazione e alla libertà d’espressione tanto spesso raccomandate dalle Nazioni unite. E molti altri non possono neppure usare Internet per imparare, lavorare, commerciare o divertirsi online semplicemente perché non ce l’hanno.

Per favorire un processo globale di dialogo e inclusione dal Palazzo di vetro di New York è venuta la richiesta di far incontrare a un unico tavolo cittadini, imprese, governi e associazioni dello stesso Paese per liberare ogni dove il suo potenziale di crescita economica e di rafforzamento della democrazia. I capitoli nazionali dell’Igf da allora si incontrano ogni anno in molti Paesi e in qualche caso sono riusciti a ottenere dei risultati in termini legislativi. L’Italia è uno di questi. Grazie al lavoro fatto negli anni da persone come Stefano Rodotà, il Parlamento italiano ha perfino partorito una Carta dei diritti della Rete, una Internet bill of rights che – come tutte le costituzioni repubblicane – stabilisce nella sua prima parte una serie di principi comuni, valori condivisi e diritti non negoziabili: l’accesso alla Rete per tutti, il diritto alla privacy, la libertà d’informazione, il diritto incomprimibile alla libera manifestazione del pensiero.

L’Internet governance forum italiano si riunirà per l’undicesima volta anche quest’anno a Bologna e prima di farlo i suoi promotori – rappresentanti di università, imprese, enti governativi associazioni tecniche – hanno lanciato una consultazione pubblica per decidere quali siano i temi da trattare al prossimo incontro.

Ognuno può dare il suo parere fino al 30 aprile e stabilire le priorità di intervento votando tre temi fra i dieci proposti per mantenere la Rete libera, aperta e funzionante: lotta agli abusi verso i bambini, sicurezza informatica, diritto alla formazione, contrasto alle fake news, tutela dei lavoratori della new economy, etica dell’innovazione, proprietà dei dati personali e difesa della proprietà intellettuale, regole giuridiche globali, privacy e libertà d’espressione.

Di sicuro sarebbe utile che la consultazione ribadisse i principi della Carta di internet, a cominciare dalla libertà d’espressione che in tanti, troppi Paesi è a rischio. Sarebbe un buon esempio per tutti.