Gli Usa, si sa, controllano la maggior parte delle comunicazioni elettroniche mondiali. Non è solo perché hanno creato Internet e i database con gli indirizzi dei singoli siti si trovano in gran parte sul territorio americano. Grazie a vari programmi di intelligence continuano a controllare le comunicazioni che passano nei tubi transoceanici che collegano il mondo Internet e i servizi più importanti che le consentono sono stati creati nella Silicon Valley con lo sforzo congiunto di università, imprese, enti di ricerca, militari e comunità locali.

Questa “vocazione” storica, che ha già consentito al mondo libero di beneficare degli effetti positivi della comunicazione digitale globale e a basso costo, ha un effetto collaterale: quello di stare tutti sotto sorveglianza. Si può discutere se ci piaccia o se ci convenga di più stare sotto il cappello degli Usa anziché della Russia, ma questa è la situazione.

A rimarcare questa superiorità il Congresso degli Stati Uniti, nella Camera bassa, ha deciso di rinnovare ed estendere la legge antiterrorismo che consente a FBI e National Security Agency di proseguire con le attività di sorveglianza generalizzata di ogni abitante del pianeta: la famigerata Section 702 di cui abbiamo parlato su ilfattoquotidiano.it.

Nonostante l’opposizione dei gruppi per i diritti civili e una opposizione di facciata dei democratici americani, la legge, rinnovata per la terza volta giovedì 11 gennaio, è passata con 256 voti favorevoli contro 164 contrari.

Siccome non si prevede che al Senato le cose cambino, ci dovremo rassegnare al fatto che le nostre email e le nostre telefonate saranno ascoltate, raccolte, registrate e organizzate in un bel database per future ricerche. Ma è troppo! Come fanno a controllarci tutti? Beh, non lo fanno gli operatori umani, sono robosoftware che lo fanno per gli analisti umani esperti di data analysis, analisi dei dati (dei famosi Big Data), esperti che con il machine learning estraggono “configurazioni significative” di dati dal mare magnum delle comunicazioni digitali.

Chiaramente l’opposizione alla legge da parte dei difensori della privacy è l’opposizione alla sorveglianza dei cittadini americani, non degli altri. Per capirci, non è che si preoccupano del fatto che in questo modo anche il giornalista italiano che chiede l’intervista a Rand Paul, il repubblicano alfiere della privacy, sarà controllato nelle sue comunicazioni. Ma tant’è.

Ma non è tutto. Detto per quelli che erano rimasti scandalizzati degli “interrogatori” negli aeroporti americani dove ti chiedono perfino di fornire la password del computer e del proprio account “social” c’è una novità. Gli Stati Uniti stanno lavorando a degli strumenti per controllare a un livello più profondo quello che gli utilizzatori dei social media fanno con l’obiettivo pare, di influenzare i loro comportamenti, secondo la logica delle psy-ops le operazioni d’influenza psicologica. A riportarlo è Pierluigi Paganini, esperto informatico e consulente dell’Enisa, che ha trovato sul sito dell’Inscom americano la call for paper per la creazione di software ad hoc per monitorare e tradurre i contenuti sui social.

Poco male, dirà qualcuno: non ho niente da nascondere. A parte il fatto che la negazione è la porta dell’inconscio e in genere si afferma quello che si nega, questo approccio superficiale, potrebbe riflettere sull’affermazione di Aleksandr Solženicyn, autore di Arcipelago Gulag: “La nostra libertà riposa su quello che gli altri non sanno di noi”.