Ogni violenza per esistere ha bisogno di una relazione, ma una relazione non ha alcun bisogno di violenza per esistere. In ogni coppia troviamo un livello di conflittualità che è in grado di sostenere, superato il quale entra in crisi e una delle possibilità è che l’aggressività di uno dei due prenda il sopravvento sull’altro.

Solitamente è l’uomo a utilizzare modalità violente, in preda alla rabbia; la tentazione di usare la forza per imporsi c’è, ma non esiste solo la violenza fisica e l’aggressività non è solo una componente del maschio. L’uomo è comunque più incline alla violenza perché:

– può farlo in quanto (di solito) è più forte;

– può faticare maggiormente a esprimere le emozioni e questo può implicare un minore rilascio di tensioni rispetto a una donna;

– la rabbia (l’emozione che di solito genera un comportamento violento) viene pensata spesso come maschile e quindi quasi giustificata nei rapporti, quando non addirittura pretesa.

Certo che ogni uomo è perfettamente in grado di porsi in antitesi a questi tre fattori e non dover mai ricorrere a modalità violente. La violenza non è quasi mai un destino ma una scelta, anche se (come collettività) abbiamo il dovere di lavorare ancora tantissimo su tanti aspetti che favoriscono dinamiche conflittuali e violente all’interno delle relazioni tra i generi e non solo.

Un lavoro strutturato e continuativo nelle scuole con i ragazzi – perché imparino non soltanto dai libri di testo ma anche a leggersi dentro e a empatizzare con l’altro grazie ad adulti qualificati – è il miglior investimento che si possa fare oggi.

Talvolta la violenza è un modo altamente disfunzionale e pericoloso di tenere in vita un rapporto che non ha più futuro, se non quello ottenuto con l’imposizione e la paura. Per chiudere un rapporto bisogna ammettere di aver fallito con quella persona, ma bisognerebbe anche capire che fallire in un rapporto non significa fallire nella vita. Più si tarda a chiudere qualcosa, più si tarda ad aprirsi a nuove possibilità.

Per cambiare si passa necessariamente attraverso il dolore. Se le cose non vanno bene nella coppia non si può eliminare il disagio in modo veloce e indolore, ma questo è privo di senso se fa vivere in una situazione di stallo. Paradossalmente il malessere è il più potente fattore di cambiamento. Chi sta bene non ha alcun bisogno di cambiare qualcosa fortunatamente, ma a tutti avviene di dover cambiare qualcosa per stare meno male in situazioni che si riconoscono come difficili.

La violenza è un’opzione che può sembrare inevitabile: si crede di non aver alternative, ci si convince che in fondo, anche se si sbaglia, si ha ragione, ci si difende dall’altro come meglio si può. Altre volte può essere una modalità di interazione acquisita e ben radicata nell’individuo, che la utilizza perché non ha appreso altro che quella. Le motivazioni e le giustificazioni possono essere diverse ma il risultato è sempre la distruzione di uno o più rapporti; non ci sono eccezioni, anche quando chi subisce è poi in grado di ricorrere a risorse ambientali e personali che ne favoriscono la ripresa, i sentimenti verso gli aggressori saranno sempre conflittuali bene che vada.

Riconoscere di aver avuto dei comportamenti violenti e voler cambiare è un percorso ad ostacoli. La strada verso l’assunzione di responsabilità di quanto si compie è lunga e non elimina i danni che sono stati già provocati; ma il proprio benessere si misura forse più per le scelte che compiamo oggi e quindi quello che possiamo ancora cambiare che per le scelte che abbiamo fatto in passato e con cui dobbiamo necessariamente convivere.

Vignetta di Pietro Vanessi

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