Finalmente la radice di tutti i mali italiani è stata individuata: il dirittismo. Sino a ieri avrei detto che chi usa un termine del genere non meriterebbe solo di essere ignorato, ma proprio impalato. Oggi, però, mi devo ricredere: come spiego partendo dall’inizio. Ero in cerca di un punto di partenza per criticare la retorica dei diritti – retorica usata soprattutto a sinistra, come mi ha fatto notare Gustavo Zagrebelsky, per occultare le violazioni dell’eguaglianza – quando mi sono imbattuto nel reclamizzatissimo e ultra-recensito Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà (Mondadori, 2018), di Alessandro Barbano.

Direttore del Mattino di Napoli, docente di giornalismo, già autore di titoli imperdibili come Dove andremo a finire? (Einaudi, 2011), l’autore scrive quanto segue.

Si legge alle pagine 16-17: «Cioè quando i diritti da una parte perdono il loro contenuto ideale […] dall’altra mancano l’aggancio con i doveri e finiscono fuori controllo. Questa evoluzione dei diritti è il lato oscuro della modernità. I diritti individuali sono stati il carburante attraverso cui le democrazie si sono messe in cammino […] Ma quando le democrazie li hanno infine legittimati come principi di evidenza laica […] i diritti hanno iniziato a puntare il loro mirino contro le democrazie stesse, rischiando di diventare un fattore di indebolimento e di disgregazione». Ci avete capito qualcosa? Anzi, siete ancora lì? Certo, lo stile ricco di metafore non aiuta. I diritti prima sono paragonati a razzi, che «perdono l’aggancio», poi a carburanti, infine a fucili, con tanto di «mirino».

Vi assicuro però che, andando avanti, almeno si capisce con chi ce l’ha, l’autore. Il dirittismo, infatti, è «Un pensiero coltivato dai ceti intellettuali e orientato a sinistra, ma capace nel tempo di infiltrare anche la cultura liberale e moderata e infine di innaffiare il populismo deideologizzato di marca grillina e leghista. L’architrave del dirittismo è la Costituzione italiana […] nella sua pretesa capacità di giustificare un’estensione senza limiti, accanto ai diritti politici, dei diritti civili e anche di quelli sociali». La parola “dirittismo”, a farla breve, è solo l’ennesimo dei tanti sinonimi di “populismo”, “giustizialismo”, e anche “pauperismo”, come direbbe Berlusconi. E vabbé. Ma cosa c’entrano i diritti e la Costituzione?

Poi, per carità, Barbano se la prende anche con un’infinità di scempiaggini, come l’ossessione della valutazione, per cui si spendono più soldi per valutare le attività che per farle: sfondando autorevolmente molte porte aperte. Ma da uno che frequenta maîtres à penser come Biagio De Giovanni, Corrado Ocone e Oscar Giannino, e cita con reverenza Slavoj Zizek, ci si aspetterebbero meno metafore e una conclusione un po’ più ficcante di quella fornita nella conclusione, intitolata «Moderati integrali». Siete sempre lì? Allora correte a pagina 177 e leggete: «Possono la politica e la società porsi davanti alla tecnica? Perché, come è già accaduto altre volte nella storia umana, questa è in fin dei conti la sfida. La moderazione integrale non è certa di vincerla. Ma sa per certo di doverci provare».

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