“Andare oltre le attività cosiddette ‘riabilitative’ di tipo espressivo, dove la persona acquista competenze artistiche che, anche ammesso che siano effettivamente apprezzabili, non fanno recuperare il terreno perduto rispetto agli altri”. Sono le lucidissime parole, politiche, rivendicative, dei soci di Nessuno Resti Indietro, associazione bolognese di utenti del Dipartimento di Salute Mentale.

I matti, per intenderci. Che sono molto più disincantati di chi, in un’ottica in buona fede a volte perfino apprezzabile, finanzia iniziative che conducono, continua l’associazione nella sua presentazione, a una “cronicizzazione addolcita, cioè governata verso esiti ritenuti accettabili”. Una cronicizzazione non solo del disturbo, ma anche delle attività volte ad addolcirlo. Attività consone a una rappresentazione accettabile e appropriata del malato. Una cronicizzazione che riguarda anche i rapporti fra enti pubblici e artisti, fra amministrazione locale ed esperti. Un contratto che vede di volta in volta coinvolti immigrati, carcerati, malati di mente come se fossero un palinsesto di vite da raschiare e su cui proiettare la propria idea di attività di cura o il proprio nuovo progetto artistico. E che offre una rappresentazione sottoposta alla lente d’ingrandimento dello spettatore. Di volta in volta curioso, commosso, sbalordito per quelle capacità che mai si sarebbe potuto aspettare.

Il piacere emotivo intriso di retorica del sorprendersi davanti al difettoso che arranca per sembrare uguale agli altri. Nel caso dell’utente psichiatrico, di quello sottoposto all’eterna intemerdiazione del pensiero da parte del nucleo familiare, delle istituzioni, infine di un regista-demiurgo. Li buffoni, andato in scena al teatro l’Arena del Sole il mese scorso per il progetto ArteSalute, è un canovaccio di Commedia dell’Arte scritta nel ‘600 da Margherita Costa – cantante, attrice, scrittrice e cortigiana romana. Abbastanza lacunoso da permettere una reinterpretazione totale, che il regista Nanni Garella colloca in una immobile bidonville dove transitano personaggi che si esprimono in un italiano stentato ricco di inflessioni dialettali e linguistiche tratte soprattutto dal sottoproletariato attuale (nordafrica, est europeo, un romanesco pasoliniano e un pugliese carico di grossolana verve).

Garella ritaglia per sé il ruolo di capocomico partenopeo, una specie di Ciccio Formaggio degli slums. Fra guitterie e sceneggiate si amplifica progressivamente il divario fra attori “normali” e gli interpreti “malati”. La loro fissità, la loro evidente difficoltà nel simulare accenti e parlate, concedono allo spettacolo d’intrattenimento un aspetto lunare, un’affascinante interpretazione sotto ipnosi. L’esposizione funziona, la comicità (presunta) si trasforma in un involontario spettacolo sulla difficoltà, sull’impossibilità di esprimere, di comunicare la risata da parte di chi soffre. Gli spettatori paganti si sentono ovviamente in obbligo di sbracciarsi alle battute dei matti, sottolineate dalle barocche volgarità. I malati in platea invece si scambiano sguardi perplessi. Si percepisce un po’ di imbarazzo, che si trasforma in distrazione.

Qualche utente psichiatrico va al cesso. Qualcun’altro abbassa lo sguardo o chiude gli occhi appisolandosi per un attimo nel caldo e nel buio della sala. Sono 40 anni dalla legge 180 di Franco Basaglia. I matti, quelli diagnosticati, devono riappropriarsi della loro vera voce e cominciare a farsi sentire chiaramente.

Foto tratta dalla pagina Facebook del Teatro Arena del Sole