Anni fa ho trascorso la Pasqua a Gaza. Era il 2010, io ero lì già da diversi mesi. La Striscia di Gaza era già governata da Hamas. Era già stretta da anni nella morsa di questo assedio, blocco, embargo, regime punitivo estremo imposto da Israele e supportato dall’Egitto. Gaza era distrutta dopo l’operazione Piombo fuso con le sue bombe al fosforo bianco ma stava cercando di ricostruirsi.

La celebrazione pasquale notturna nella Chiesa greco ortodossa di Gaza city è stata meravigliosa. Ricordo perfettamente l’antica chiesa (del 1150) affrescata di blu intenso, i lampadari di cristallo dal sapore orientale, l’atmosfera calda, le candele in mano. Ricordo il sacerdote, vescovo della chiesa cristiana d’oriente, che ha condotto festosi canti ininterrotti per ore, per poi a mezzanotte invitare tutti fuori nel cortile a continuare i canti tra lo scampanare festoso. Le donne eleganti, gli uomini in giacca e cravatta. Cristiani palestinesi e orgogliosi di esserlo. Se chiedi delle difficoltà di essere cristiani a Gaza si incazzano; ti rispondono che sono tutti nella stessa barca, al di là della fede religiosa; ma in verità sono pochissimi i cristiani rimasti. Essendo tra la fetta più benestante della società sono anche stati i primi a potersi permettere di andarsene.

Guardando quei vessilli dorati, simboli religiosi danzanti fatti ruotare dai bambini mentre il canto cresceva di intensità, ricordo di aver provato un senso di gioia e allegria estrema.

Quanto è lontana questa immagine di Gaza da quella che in questi giorni è stata massacrata a ridosso del muro che la imprigiona e soffoca. La grande marcia del ritorno, come l’hanno chiamata, organizzata dalla gente di Gaza, a cui hanno partecipato decine di migliaia di Gazani, famiglie intere, per protestare contro il blocco, contro una situazione che li sta letteralmente affamando, contro il mancato accesso alle loro terre, per richiamare l’attenzione sui loro diritti negati.

Non una manifestazione di Hamas ma della gente comune di Gaza, dei suoi giovani, dei contadini; i palestinesi hanno sempre manifestato in occasione del “giorno della terra”, rivendicando il diritto di tornare alle loro terre, di coltivarla, di accedervi. Ogni anno, in questa occasione, qualcuno si inventa qualche mezzo creativo per qualche azione di protesta: tipicamente piantare nuovi ulivi nella “buffer zone” o provare ad accedere – per un giorno – ai campi loro sottratti con la forza militare, per coltivarli in una sorta di intervento lampo. Quest’anno, per il settantesimo anniversario della Nakba (la tragedia palestinese che coincide con il giorno dell’indipendenza di Israele nel 1948) erano state annunciate manifestazioni di protesta per 45 giorni, che sarebbero dovute culminare appunto il 15 maggio nelle celebrazioni della Nakba.

Già giorni prima della manifestazione di Gaza gli ufficiali israeliani avevano ripetutamente minacciato di ricorrere alla forza letale. Distorcendo le proteste per farle apparire immensi rischi per la sicurezza di Israele, evocando presunti scopi terroristici, e riferendosi a Gaza come “combat zone”, gli ufficiali israeliani hanno consapevolmente spianato la strada per l’uso della violenza sproporzionata e indiscriminata da parte dei militari.

Già da giorni si era capito che sarebbe stato un massacro , nonostante gli organizzatori a Gaza avessero assicurato da parte loro che la protesta non sarebbe degenerata in violenza ; Israele aveva preventivamente alzato la tensione ai massimi livelli dando ai soldati, inclusi un centinaio di cecchini schierati al confine, l’ordine di uccidere chiunque si avvicinasse, anche disarmato, anche senza alcun pericolo, come ben mostrano alcuni video.

Gli eventi di venerdì scorso sono particolarmente scioccanti ma è da molto che Israele ha adottato una policy illegittima e criminale di “shoot to kill” chiunque si avvicini al muro. Solo lo scorso dicembre ben otto palestinesi sono stati uccisi così a Gaza senza che rappresentassero una minaccia, solo perché protestavano vicino al confine.

Nel denunciare a caldo l’uccisione di manifestanti disarmati Ayman Odeh, membro del Parlamento israeliano e presidente della coalizione per la minoranza araba in Israele, ha detto: “Nel giorno della festa ebraica della libertà, gli abitanti della più grande prigione al mondo stanno chiedendo di vivere. Uomini donne e bambini, residenti di Gaza, stanno marciando per chiedere la loro libertà, sfidando indifferenza e crudeltà. Dalla prospettiva di Israele non esiste alcuna forma legittima di protesta palestinese. Persino un tale modello di lotta popolare non violenta è repressa da soldati che non esitano a sparare contro manifestanti disarmati. Israele deve immediatamente cessare la sparatoria e permettere ai residenti di Gaza si portare avanti la loro giusta e legittima protesta.”

Il diritto al ritorno. Un’utopia ormai. Il diritto alla vita e alla dignità umana. Cancellati, calpestati. Neanche il diritto di manifestare e protestare è concesso ai Palestinesi. Israele è ben consapevole che la lotta per la liberazione di un popolo oppresso passa anche da questi momenti di protesta. Ma la domanda è: il resto del mondo che intenzioni ha? Dove sono i bei principi di cui ci siamo, proprio nel 1948, fregiati?