di Alberto Mattia 

Sono l’unico a pensare che fare impresa in Italia non sia impossibile, ma che serva tanta voglia di lottare contro lo Stato? Penserete: “Ecco il solito imprenditore, magari pure evasore, che fa il liberista”. Niente di tutto ciò e se avrete voglia o pazienza di leggere, poi mi direte.

Vi do un minimo di contesto: sono amministratore delegato di una piccola Srl (di proprietà di mia madre, tuttora presidente) che si occupa di consulenza e formazione.

Oggi è stata una giornata difficile. È iniziata con un mio collega che è arrivato in ufficio direttamente dall’Agenzia delle Entrate (Stato), dove si era recato per registrare un contratto con un cliente (grande azienda di Stato). È un mese che proviamo a registrare questo contratto. Innanzitutto, occorre comprare le marche da bollo da 16 euro e bisogna apporne una ogni 4 facciate e comunque ogni 100 righe. Il contratto l’ha scritto il cliente (Stato) e include ben cinque allegati. Costo totale? 577 euro. Andiamo all’Agenzia delle Entrate (Stato) e scopriamo che il cliente (Stato) non ha firmato digitalmente gli allegati, per cui stiamo perdendo tempo (e quindi soldi). Inoltre, l’Agenzia delle Entrate (Stato) ci comunica che i file vanno caricati su un cd-rom (!). Armati di pazienza torniamo quindi dal cliente (Stato) per chiedere di apporre le firme digitali anche sugli allegati e nel frattempo cerchiamo un negozio di chincaglierie vintage che ci fornisca un cd-rom.

E si torna così ad oggi, quando il mio collega va all’Agenzia delle Entrate (Stato) e viene rimbalzato perché i 4 addetti abilitati alla procedura di registrazione sono tutti in ferie. Si chiama interruzione di pubblico servizio. Comunque, ci rimandano a domani? No, ci consigliano di andare a Gorgonzola – che dista quasi un’ora di macchina dalla nostra sede – oppure di tornare mercoledì prossimo (oggi è giovedì).

Poco dopo riceviamo un’e-mail dal Procurement di un’altra grande azienda di Stato nostra cliente. Uno di quei giganti che impone condizioni di pagamento a 90 giorni data fattura, che poi non sono mai meno di 120 nonostante i ripetuti solleciti. Voi direte: “va beh, almeno pagano”. Sì, e ci mancherebbe altro. Però il costante ritardo nei tempi di pagamento comporta un costo fisso di proroga dell’anticipo fatture con la banca e l’aumento del tasso d’interesse qualora le tempistiche di pagamento – come spesso accade – superassero i 120 giorni. Beh, tornando a noi, ci scrivono per comunicarci orgogliosi che il portale fornitori si rinnova: niente più ordini di acquisto e fatture spedite per posta, finalmente si passa al digitale. Fantastico, se non fosse che decidono di ribaltare il costo sui fornitori. 420 euro all’anno per la registrazione. Un pizzo di Stato, non saprei come altro definirlo.

E in tutto ciò, mia madre tenta invano di percepire la pensione. Ha maturato il diritto a novembre 2017, ma l’Inps (Stato) prima ha provato a chiederle (senza successo) contributi non dovuti per qualche migliaio di euro in barba a una loro stessa circolare, poi da mesi tergiversa con imprecisate verifiche (sempre a vuoto) e oggi dice che se ne riparla a maggio. Quando qualche giorno fa sono intervenuto in suo aiuto inalberandomi con l’ufficio di competenza, che è lo stesso sotto la cui autorità ricade la mia società, a distanza di poche ore il nostro Durc presentava irregolarità (ovviamente da noi smentite con tanto di prove nel giro di un quarto d’ora).

Molto meglio lavorare con il settore privato e soprattutto con l’estero. Con lo Stato è sempre una sorta di piccola persecuzione, al punto che sto pensando di affrontare il prossimo round con la maglietta “Why Always Me?” alla Balotelli. Ma la cosa che mi fa più paura è che un imprenditore che sceglie deliberatamente di non lavorare con lo Stato (quando possibile), in Italia non credo sia nemmeno più una notizia. È così?

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