Tentò di rubare una melanzana: con cui probabilmente non sarebbe riuscito neanche a preparare un pranzo o una cena per una sola persona figuriamoci per la famiglia. Ma fu beccato e quindi denunciato. Dopo nove anni tra inchiesta e processi, la Cassazione ha assolto un uomo di 49 anni accusato di aver tentato di rubare l’ortaggio in un campo. L’imputato, che aveva precedenti, era stato condannato dalla Corte d’appello di Lecce nel marzo del 2013 a cinque mesi. La Suprema corte ha invece stabilito che, nel caso specifico, debba essere applicata la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Il processo – riporta il Nuovo Quotidiano di Lecce – è costato allo Stato alcune migliaia di euro poiché il 49enne è risultato indigente ed ha usufruito del patrocinio gratuito nei tre gradi di giudizio.

Nei processi di primo grado e di appello non erano state ravvisate le condizioni per giustificare il furto (poi derubricato in tentato) con lo stato di necessità, anche perché per l’imputato si era parlato di condotte abituali a causa di alcuni precedenti penali anteriori al 2000. Impossibile naturalmente invocare la recidiva. La Cassazione ha anche bacchettato i giudici salentini per l’errato calcolo della pena massima (sei anni anziché quattro previsti per il tentativo di furto) che ha poi comportato l’impossibilità di considerare la tenuità del fatto: “La Corte leccese, sul punto, è incorsa in una evidente svista” scrivono gli ermellini.

I giudici, accogliendo il ricorso della difesa, ritengono anche l’imputato “aveva certamente agito per soddisfare un bisogno alimentare della propria famiglia; contrariamente a quanto rilevato dai giudici di merito, secondo cui il ricorrente non aveva dimostrato di versare in stato di indigenza, i presupposti della causa di giustificazione prevista dall’articolo 54 codice penale (lo stato di necessità, ndr) emergevano ictu oculi, avendo l’imputato cercato di rubare un solo ortaggio e non altra parte del potenziale raccolto“.