La Francia è divisa sulla condanna a soli tre anni inflitta ad Edith Scaravetti che nel 2014 sparò con una carabina al marito, Laurent Baca, poi ne murò il corpo nel cemento. Venne arrestata dopo tre mesi e avendo già trascorso più di tre anni in carcere, dopo la sentenza è potuta tornare alla sua vita. La Corte d’Assise dell’Haute Garonne era composta in maggioranza da donne e c’è chi sostiene che la composizione della giuria abbia influito sulla mitezza della pena. Accertate le violenze, la Corte ha accolto la tesi della difesa che chiedeva che l’imputata non fosse giudicata come “una volgare assassina” perché aveva subito violenze fisiche, psicologiche e sessuali da un marito padrone e violento che l’aveva vessata per dieci anni.

Nel 2016 sempre in Francia, ci furono proteste e polemiche per una condanna a dieci anni inflitta a Jaqueline Sauvage che aveva ucciso il marito violento. La condanna quella volta venne giudicata eccessiva per una imputata che aveva subito per oltre 47 anni, insieme alle figlie, violenze di ogni tipo. Qualche anno dopo la condanna erano state proprio le figlie ad appellarsi al presidente François Hollande che aveva concesso la grazia mettendo fine alla detenzione di Jaqueline.

In Italia nel 2012 ci fu un caso analogo a quello di Edith Scaravetti. Luciana Cristallo venne assolta per legittima difesa dall’accusa di aver ucciso l’ex marito Domenico Bruno che le faceva stalking.

Negli Stati Uniti la controversa Sindrome della donna maltrattata teorizzata da Eleonore Walker nel 1970 è stata a volte utilizzata nei tribunali per spiegare le ragioni per cui donne esposte a lunghi periodi di violenza possono uccidere l’aggressore. E’ una teoria che amplifica il concetto di legittima difesa: le donne ucciderebbero non necessariamente nel momento in cui avviene un’aggressione e quindi si tratterrebbe di una legittima difesa ampliata rispetto a come la si intende solitamente. Sentendosi in trappola e prive di possibilità di uscita dall’incubo di maltrattamenti quotidiani le donne maltrattate, secondo la teoria di Walker, possono vivere la stessa esperienze degli ostaggi e convincersi di non avere altra alternativa e via d’uscita se non quella di uccidere il partner violento.

Quella delle donne che dopo anni di maltrattamenti uccidono uomini violenti ci pone davanti al tema della responsabilità di chi commette un crimine e della giusta pena. Avere la possibilità di lasciare l’autore di maltrattamenti, di chiedere aiuto, di ricorrere all’Autorità giudiziaria, di aprire la porta di casa e andarsene e scegliere di non farlo per arrivare ad uccidere, chiama in causa la responsabilità di donne che divengono assassine ma è anche vero che nello stabilire una condanna, i giudici sono chiamati a valutare la condizione psicologica di chi vive per anni una situazione di minaccia per la propria vita e spesso anche per quella dei figli.

Vicende come queste richiamano la nostra attenzione anche sulle responsabilità collettive e delle istituzioni. La violenza e il maltrattamento che perdurano per anni non possono restare occultate a lungo e anche nel caso di Edith Scaravetti come quelli in cui a morire, invece, sono le donne o i figli per mano dei violenti, non c’è stata nessuna capacità o forse volontà di far arrivare un ponte ad una donna che subiva violenze. Prima della sentenza Scaravetti ha dichiarato che c’era stato chi aveva allungato loro una mano senza che né lei né il marito avessero colto l’aiuto. Ma è stato fatto tutto il possibile se la fine della relazione violenta è avvenuta attraverso la morte?

@nadiesdaa